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Tumori

Come Nadia Toffa: i parmigiani che hanno condiviso con gli altri la malattia

18 agosto 2019, 05:03

Come Nadia Toffa: i parmigiani che hanno condiviso con gli altri la malattia

Mara Varoli

Fiorire d'inverno, come nel libro di Nadia Toffa. Fiorire anche quando il sole è spento per cogliere ciò che di straordinario c'è nella normalità e per trasformare la malattia in «dono».

Anche Gaia Lauria, 49 anni, è una «guerriera» che ha voluto condividere, tramite social, la stagione più «fredda» della sua vita: «Ho scoperto di essere ammalata tre anni fa, mentre ero in vacanza in Sicilia: un carcinoma - spiega la titolare dell'agenzia di comunicazione «Vibrissae» -. Due interventi chirurgici e sei cicli di chemio. Ti senti indebolito, ti viene la nausea, non senti i sapori, reazioni allergiche, perdi capelli, ciglia e sopracciglia». Ma i capelli ricrescono: «Non ne ho mai fatto un dramma o un motivo di vergogna. Sei in un'altra dimensione ma ci sono tante altre persone con te. L'errore è quello di pensare che il cancro monopolizzi la tua vita. In realtà puoi fare tante cose mentre hai il cancro: io stessa ho persino seguito un corso di teatro. E' vero che è una malattia potenzialmente mortale, ma non puoi pensare sempre a quello. Avendo la mia professione da portare avanti non ho permesso a me stessa di dimenticare che c'erano tante altre cose nella mia vita. Così ho sempre parlato della malattia, perché il cancro smetta di essere un fantasma. E parlarne fa bene: fa bene a te e agli altri, per aiutare a vederlo in modo diverso. Capivo quello che diceva Nadia Toffa sul dono, perché tu puoi scegliere di viverlo come una tragedia o come un'opportunità: la malattia ti fa capire che puoi dire dei no». Gaia non è mai stata sola: il marito e le amiche come Chiara, che ha trascorso con lei persino le sedute di chemio, tra una partita e l'altra di burraco.

Gabriele Preti, 74 anni, fotolitografo in pensione e segretario aggiunto della Famija Pramzana, ha usato Fb per spronare la gente a guardare «oltre»: «Sette anni fa una sera di agosto ho avuto un'emorragia e con gli esami i medici hanno visto il mostro nella vescica - racconta Gabriele -. Sono stato operato. E l'urologa mi ha spiegato che avevo un tumore di classificazione A. Mi sono detto: "Adesso vediamo chi è il più forte tra me e te". Sono calato 16 chili. Poi ho iniziato la chemio: cantavo con il "Bosticchi Group" e per proseguire i concerti del fine settimana spostavo le chemio al lunedì. E la musica è stata la mia forza, così come è stata importante la mia nipotina Veronica, che volevo a tutti i costi vedere crescere. Nell'ottobre dell'anno scorso hanno scoperto dei noduli nei polmoni e ho dovuto fare ancora la chemioterapia e 30 radioterapie. Adesso sto bene, ho fatto le mie vacanze in montagna: il mostro è scomparso e spero che non si faccia più vivo».

Gabriele non ha mai nascosto quel mostro che viveva dentro: «E' importante parlarne per dare forza alla gente. Non bisogna mai isolarsi - prosegue -, essere sempre in mezzo alla gente, anche per non piangere. Non a caso mi chiamano "il coraggioso". Forse ci sarà qualcuno che là in alto mi protegge, ma ci vuole il coraggio per non mollare mai. Ho sempre continuato la mia vita. L'oncologo mi ha anche sgridato perché andavo in bicicletta, dopo la chemioterapia. Certo, la debolezza c'era ma la volontà era più forte. Psicologicamente si cambia: non hai più paura di niente e si dà importanza solo alle cose che contano».

La storia di Raffaele Rinaldi, 62 anni e attore, è tutta su Facebook: «Mi sono accorto che ero malato a settembre di tre anni fa - racconta -. Ho sempre fatto i controlli di routine, ma con gli esami specifici ho saputo di avere un cancro alla prostata. Diversamente non me ne sarei accorto: la malattia era asintomatica. Oltre al cancro primario ne avevo altri secondari. E a quel punto o ti crolla il mondo addosso o fai come me, che ho reagito, per uscire da quella situazione. Ho consultato gli specialisti, fatto gli esami e ho iniziato le cure con una terapia nuova all'Istituto europeo di oncologia di Milano. Mi hanno spiegato che le aspettative di vita con questa terapia sono migliori. Ho fatto la stadiazione con cui viene isolato il tumore e poi otto cicli di radioterapia per bruciare i secondarismi, quindi è stato aggredito il tumore principale: il tutto in venti giorni. Quindi, sei cicli di chemioterapia mirati al tumore principale: un'esperienza dura perché comunque il farmaco è molto potente e porta delle controindicazioni che devi imparare a gestire. Perdita delle unghie, perdita dei capelli, stanchezza. Insomma, ti cambia la vita. Ho smesso tutte le mie attività per circa due anni. E adesso mi sono ripreso, anche se il tumore è ancora lì, ma è sotto controllo e faccio chemioterapia di mantenimento. La mia battaglia l'ho affrontata subito a viso aperto, con speranza e sorriso sulle labbra, condividendo la malattia con gli amici e con la famiglia. Mi ha fatto bene parlarne e sfuggire da quella che è la tipica figura del malato. Tutti gli specialisti sono concordi nel dire che questo aspetto del mio carattere mi ha aiutato a fermare la malattia e combatterla: è l'aspetto del coraggio e della voglia di socializzare. Ho lasciato temporaneamente gli spettacoli con la grande voglia di tornare, tant'è che ho ripreso la mia vita artistica con lo stesso spettacolo con cui mi ero fermato. E ho trovato affetti molto preziosi, alcuni sono diventati amici fraterni. Ora sono più forte, più rilassato e più diretto nei confronti del mondo. E ho una grande voglia di essere d'aiuto agli altri, per offrire la mia disponibilità. In questi tre anni ho avuto chi lo ha fatto per me». Quali i consigli? «Bisogna gestire con tranquillità la malattia, affidarsi ai medici giusti, agli affetti, non aver paura di condividere il proprio stato perché è liberatorio - risponde -. Un messaggio di forza che ho imparato grazie a un'amica fotografa, che mi ha dato tanto, insieme a mia moglie, alla mia famiglia, oltre alla marea di persone a cui sarò sempre grato. E alla fine ho fondato una nuova compagnia: "Vocinarte", dove si riuniscono attori, musicisti e altri artisti. Ho girato anche un corto con la regia di Cristiano Esposito, "Mammaliturchi": tratta il tema della diversità, la sua proiezione ha aperto la giornata mondiale del deportato a Procida». A ognuno la sua rinascita, a ognuno la sua rivincita. E per Costantino Chiappari, 82 anni, ingegnere bedoniese (ma residente a Sant'Ambrogio di Zoagli) e impegnato nei fine settimana nelle parrocchie dell'alta Val Taro e dell'alta Val Ceno, il miracolo è avvenuto con la fede: «Mi sono ammalato oltre 25 anni fa - confessa -: un tumore allo stomaco. Per guarire ci sono voluti interventi chirurgici e chemioterapia, ma soprattutto la fede, che ti dà tranquillità. Ero talmente sereno che i medici mi dicevano: "Sei incosciente o fai l'attore?". Ma io ero naturalmente tranquillo. Anche un'infermiera anziana mi aveva detto: "Di solito diamo noi agli ammalati, questa volta è il contrario", perché ero io che assistevo gli altri. Con la preghiera e la fede il miracolo è avvenuto». Qui non si usano social, ma si comunica con Dio, in una profonda condivisione: «Non sono mai stato solo - conclude Costantino -: sono stato sempre in compagnia di Lassù. E questo mi ha dato il sorriso, quello che blocca il male che hai dentro».

ANDOS PARMA

Cecilia Zanacca è presidente di Andos Parma (Associazione nazionale donne operate al seno), che conta oltre 400 iscritte, dai 18 agli 80 anni: «Alla nostra associazione si rivolgono persone per effettuare la visita per la diagnosi precoce del tumore del seno, persone che devono iniziare un percorso terapeutico, ma anche persone che hanno bisogno di consigli e di un sostegno psicologico. Qui le donne ammalate incontrano medici dedicati e volontarie, molte delle quali hanno vissuto in prima persona l'esperienza della malattia. Queste volontarie sono fortemente motivate all'aiuto delle donne ammalate, di cui conoscono i bisogni e le sofferenze e dalle quali sono riconosciute come interlocutori privilegiati. Le donne ammalate si sentono accolte, possono parlare liberamente di tutto, parole infinite, pianti, abbracci, con la certezza però di non sentirsi mai sole, di potere contare sul nostro supporto, empatia, esperienza in modo da superare i traumi legati a questa patologia. A noi si rivolgono spesso anche i famigliari per capire come rapportarsi con la donna ammalata. Noi donne - sottolinea la Zanacca - siamo il fulcro della famiglia e vogliamo essere forti per tutti, marito, figli e genitori: non a caso, è accaduto di donne che preferivano dire ai famigliari di andare a fare un viaggio con un'amica per nascondere il percorso di cura del tumore al seno, che poi confessavano dopo anni. Altre donne, invece, sentono il bisogno di parlarne subito, magari con un estraneo, sempre perché non vogliono pesare sulla famiglia». Reazioni diverse, perché diverse sono le persone: «Ci sono anche donne che vogliono fare tutto da sé, in quanto non vogliono prendere coscienza di quello che sta accadendo: anche questa è una forma di difesa - continua -. Non ho mai trovato una persona uguale all'altra. Ci sono donne che esaltano la malattia, come se fosse un'opportunità e questo è un altro modo per difendersi. Tornando a Nadia Toffa, nessuno vuole essere un guerriero e nessuno crede che la malattia sia una benedizione, è ovvio, ma è anche vero che persone come la conduttrice televisiva diventano un esempio, in quanto combattono fino all'ultimo: e questo è importante per la paziente stessa che ha un motivo importante per andare avanti. Ognuno di noi ha il proprio modo di trovare le risorse dentro di sé. Quello che possiamo fare come associazione è rispondere alla chiamata di aiuto e cercare di essere un bastone di sostegno per loro e per i famigliari. Anni fa parlare di cancro era un tabù, si diceva "ho un brutto male", mentre ora grazie anche a tutto il supporto mediatico, non si usano più parole alternative, non ci si vergogna più. Comprendere che la medicina ha fatto passi da gigante e che di cancro ci si può ammalare ma anche guarire e tornare a condurre una vita normale è l'obbiettivo che noi di Andos Parma perseguiamo da sempre». Come affrontare la malattia? «Ogni persona ha in sé delle risorse che neppure pensa di avere e che nel momento di una sentenza così grave, riesce a trovare - conclude -. In ognuna di noi vi è un guerriero che a volte si preferisce tenerlo privato ed altre renderlo pubblico. È una scelta o meglio, una necessità della singola persona. Tutti gli strumenti che una donna ammalata utilizza sono preziosi e condivisibili. Non tutte siamo Nadia, ma tutte noi siamo consapevoli che non siamo disposte a non lottare per scacciare la malattia». M.V.

SU FACEBOOK

Su Fb Gaia Lauria ha scritto un pensiero, «perché spesso gli altri non capiscono cosa sta vivendo un malato di cancro - spiega -: non si è più padroni del tuo corpo e una parte di esso decide di andare per conto suo. E allora ti senti sola, là dove la condivisione è importante. Eccolo il pensiero «Guerrieri e parole»: «Vuoi che ti dica, fratello, come ci si sente ad avere il cancro? Come un pesce. Sì, quei pesci strani, globosi, che trovi negli acquari. Esotici. Nell'acquario. E tutti gli altri al di là del muro d'acqua. Che si agitano e ti guardano e ti parlano e deformano i sorrisi tirati e ti dicono come devi vivere la tua vita, in questo momento. Riposarti. Impegnarti. Concentrarti, lavarti, vestirti, truccarti, goderti il riposo, dormire. Sì, ecco: dormire. Ché ti disintossichi. Mi disintossico? C'ho il cancro, lo sai o no? Lo vorresti urlare ma tanto, dall'acqua, non si sente. E neppure io ti sento, fratello, se parli. Il tuo ottimismo, il tuo minimizzare, ridere, scherzare, le tue parole di simpatia. Neppure quelle passano, di qua dal muro d'acqua. E tu pensi, credi di essermi accanto. Ma in questo cubo d'acqua e vetro, che si chiama cancro, io sono sola. E tutto mi giunge ovattato, spento, slavato. E allora perdonami se, in questo vuoto d'acqua, io mi sento guerriero. Se indosso le armi come chi sa di combattere una guerra che non ha scelto. Se parlo di lotta. Di vittorie. Di sconfitte. Se mi saldo le ferite a denti stretti. Se non mi toccano le tue precisazioni, i tuoi sofismi. Qui nell'acquario non c'è tempo. C'è un nemico. E sono io».

 

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