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'Ndrangheta

Cosca emiliana, decine di milioni con le false fatture

19 agosto 2019, 05:08

Cosca emiliana, decine di milioni con le false fatture

GEORGIA AZZALI

Il più grande guadagno della cosca emiliana? I fiumi di soldi frodati al Fisco grazie alle fatturazioni taroccate. Parola di Pino Giglio. E se a dirlo è il «Tintoretto delle false fatture», come era stato ribattezzato il primo pentito di «Aemilia», non possono esserci dubbi. Non ne hanno avuti i giudici del processo reggiano che - dopo aver fatto piombare oltre 1200 anni di carcere sulla testa di boss, comprimari e amici del clan Grande Aracri - hanno ricostruito quel sistema collaudato. Operazioni vorticose sviscerate nelle oltre 3000 pagine delle motivazioni del processo di primo grado depositate nei giorni scorsi, ma bastano pochi numeri per far capire le dimensioni del business: dal 2010 al 2012 il clan ha emesso oltre 50 milioni di false fatturazioni (accertate).

LA RETE DI SOCIETÀ

Una mappa di società sparse in gran parte tra Reggio Emilia, Parma, la Bassa Lombardia e Crotone intestate per lo più a teste di legno: era questa la ragnatela che consentiva agli uomini del clan di far lievitare il denaro. Aziende edili, di trasporti, meccaniche: poco importavano, però, i servizi formalmente offerti, perché in realtà si trattava di scatole vuote, utili per poter produrre fatture a raffica. Società «cartiere» che facevano capo a prestanome e senza dipendenti. «Le fatture poi servivano anche per ottenere dalle banche finanziamenti a un tasso inferiore rispetto a un finanziamento personale, lo sconto fattura (5-6%) a confronto di un prestito personale (10-12%)», si legge nella motivazioni della sentenza.

IL FIDUCIARIO SALSESE

E tra i prestanome della cosca c'è anche del salsese Giuseppe Manzoni, condannato a 7 anni per false fatturazioni e intestazioni fittizie. Figurava lui, in alcuni periodi, come numero uno della società crotonese Truck&Trade e della Effemme Service di Sant'Agata Bolognese, ma il vero titolare sarebbe stato, secondo i giudici, un personaggio di spicco del clan come Mario Vulcano. «Quanto a Manzoni Giuseppe, va evidenziato che egli si è prestato, reiteratamente e sistematicamente a fungere da prestanome per Vulcano Mario, non solo con riferimento alla società Effemme, ma anche alla Truck&Trade. In questa sua veste ha permesso che Vulcano effettuasse parte del vorticoso giro di operazioni per fatture inesistenti, circostanza di per sé significativa, di una consapevolezza della finalità illecita tipica, non essendo verosimile pensare che un soggetto si presti sistematicamente ad acconsentire, tacitamente, a così ponderose operazioni illecite senza conoscerne o rappresentarsene la finalità».

LE MAXI TRUFFE SULL'IVA

Legato al sistema delle false fatturazioni quello delle «frodi carosello». Eccolo il piano ingegnoso per sfruttare le agevolazioni fiscali previste dalla normativa europea sull'Iva. «Il meccanismo fraudolento si avvale dello sfruttamento delle società cosiddette cartiere - spiegano i giudici -. Dette società vengono interposte alle transazioni commerciali, nello specifico a transazioni che avvengono tra un’impresa italiana e un’impresa residente all’interno di un paese dell’Unione europea. Questo tipo di frode permette la realizzazione di un guadagno sulla base di un diritto, fittizio, a detrarre l’Iva su ciò che viene acquistato sfruttando il regime provvisorio fissato dal 1993 per abbattere le barriere agli scambi».

I tempi sono rapidissimi, perché tutta la frode si compie nel giro di qualche giorno «e il saldo della vendita, nella gran parte dei casi, precede quello dell’acquisto», si legge nella sentenza. Le merci scelte per la compravendita? Auto, prodotti informatici ed elettronici, per lo più, ossia beni che hanno un vasto mercato ma anche uno scarso ricarico.

Una strategia che la cosca ha saputo affinare negli anni. Dal 2008, infatti, dopo l'operazione antimafia «Point Break», «da un lato, era stato aumentato il numero di passaggi documentali subiti dalla merce - spiegano i giudici -, dall’altro lato, era stata inserita nel giro una serie di società estere, al fine di realizzare frequentemente un duplice passaggio di beni all’estero». E con il reclutamento del «Tintoretto delle false fatture» gli utili erano saliti alle stelle.

 

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