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Storia

I migranti parmensi suonatori di ghironda

19 agosto 2019, 05:04

I migranti parmensi suonatori di ghironda

LUCIA BRIGHENTI

 

Quando i migranti eravamo noi... È una frase che si sente ripetere, ma quasi nessuno ricorda una storia di emigrazione che riguarda l’Appennino parmense. Una storia di povertà, a volte di violenza, così scomoda che si è preferito dimenticare.

Per ricostruirla bisogna seguire le tracce di uno strumento di origine medievale, la ghironda, nato nell’ambito della musica popolare, poi diventato aristocratico e di moda nella Francia di Luigi XV. Il suono è prodotto da una ruota azionata da una manovella che sfrega le corde. Svendute o depredate durante la rivoluzione francese, le ghironde arrivarono in Italia (forse al seguito di Napoleone), diffondendosi in particolare in Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna. Qui, nel corso dell’Ottocento, acquistate per pochi soldi, divennero le compagne di chi suonava per strada per chiedere la questua, attraversando l’Europa e non solo.

Lo racconta Rinaldo Doro, musicista, ghirondista e ricercatore che ha pubblicato uno studio sull’argomento, scoprendo che un numero altissimo di questi musicanti girovaghi proveniva dalle zone di Bardi, Bedonia, Borgotaro, Compiano...

Come è nato l’interesse per questo argomento?

«La mia ricerca è iniziata nel Museo Guatelli di Ozzano Taro, dove sono conservate tre ghironde originali. Sono esemplari interessanti perché, molto probabilmente, sono di costruzione parmense: di fattura grossolana ma fatte con una certa perizia».

Perché secondo lei in questa zona fu tanto diffuso il fenomeno dei suonatori girovaghi?

«Fu un fenomeno migratorio provocato dall’estrema povertà delle valli del Taro e del Ceno, dove erano numerosi anche gli orsanti. Chi partiva, di solito, lo faceva allo scopo di raccogliere abbastanza soldi per tornare a casa e comprare un pezzo di terra».

Perché la ghironda?

«Era uno strumento che destava molta curiosità e attirava pubblico. Allo stesso scopo, i suonatori portavano spesso con sé degli animali addestrati. Quelli provenienti dall’Appennino parmense usavano soprattutto le scimmie e, nel Museo Guatelli, sono esposti i vestitini e le ghironde in miniatura che servivano ad abbigliare questi animali».

Tra i suonatori c’erano anche dei bambini...

«Inizialmente furono nonni e padri a spostarsi: loro suonavano e i bambini li seguivano per far ballare le scimmie e raccogliere i soldi. In un secondo tempo, però, i bambini iniziarono a essere ceduti per due-tre anni, venduti a dei “padroni”. Ci furono molti casi di sfruttamento, anche feroce: i piccoli venivano costretti a suonare tutto il giorno per le strade e il fenomeno degenerò a fine Ottocento, con bambini maltrattati, storpiati, sino ad arrivare a casi di pedofilia e prostituzione minorile. Alcuni di loro non tornarono mai a casa».

Quali paesi furono interessati da questa migrazione?

«Tutta l’Europa: troviamo suonatori parmigiani in Francia, a Londra e alcune note di polizia indicano che a San Pietroburgo c’erano più di sessanta suonatori di ghironda provenienti dal parmense. Alcuni arrivarono anche nelle Americhe e nel Nord Africa, sempre spostandosi a piedi o con mezzi di fortuna».

Che repertorio suonavano?

«Non lo sappiamo, ma è probabile che suonassero canzoni alla moda o arie d’opera conosciute. La ghironda è uno strumento difficile ed è improbabile che i questuanti fossero dei virtuosi».

Come venivano accolti i suonatori italiani?

«Nel corso dell’Ottocento ci furono circa sedici milioni di italiani emigrati. Ipotizziamo che circa seimila fossero suonatori dell’Appennino. Dagli articoli dei giornali si capisce che erano considerati la feccia. In Francia e in Inghilterra si cercò di arginare il fenomeno: bisognava iscriversi a un ufficio del lavoro, veniva rilasciata una targhetta in ottone con un numero di matricola che andava cucita ai vestiti. Tutti gli immigrati furono schedati e venne introdotto il numero chiuso, con numerosi decreti di espulsione».

Perché è importante questa storia?

«Per ricordare quando gli “altri” eravamo noi, per restituire alla gente la loro storia e non scordare che il benessere di oggi deriva anche da quei parmigiani che andarono in cerca di fortuna, per potersi comprare un pezzo di terra...».

 

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