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OSPEDALE VECCHIO

«Forse si potrà svelare la storia di quegli scheletri»

22 agosto 2019, 05:08

«Forse si potrà svelare la storia di quegli scheletri»

MONICA ROSSI

 

La notizia dei resti ossei rinvenuti sotto la Crociera dell’Ospedale Vecchio di Parma ha fatto il giro del mondo, suscitando anche l’interesse degli studiosi internazionali.

Fra gli esperti che in queste ore hanno letto e commentato la notizia, infatti, l’anatomopatologa Edda Guareschi, fino al 2017 fra i responsabili del nascente laboratorio di antropologia forense dell’Università di Parma e ora ricercatrice della «Murdoch University» di Perth in Australia, dove si occupa dei resti ossei rinvenuti nei relitti delle navi naufragate.

«Gli scheletri sono molto probabilmente di interesse archeologico e non forense», dichiara subito la Guareschi. «Gli scavi (con seguenti ai lavori di consolidamento delle strutture della Crociera, ndr) - continua - hanno portato alla luce resti in cui si intravvedono ancora frammenti di tessuti: se non compromessi, il loro studio potrebbe essere uno dei tanti step utili per datarli. Da un punto di vista biologico, tuttavia, la prova madre è senza dubbio quella della datazione radiometrica, necessaria per chiarire se i resti scheletrici sono di pertinenza forense o archeologica».

Volendo entrare nello specifico, ci sono diversi metodi che si basano sulla radioattività e i più importanti chiamano in causa la valutazione di Carbonio-14 o Stronzio-90, «che servono appunto per dirimere se una persona cui i resti appartenevano in vita sia vissuta prima o dopo l’era nucleare (vale a dire prima o dopo lo scoppio delle bombe atomiche a Hiroshima e Nagasaki). Una datazione pre-nucleare collocherebbe il ritrovamento nella sfera archeologica», spiega l’esperta. Che poi aggiunge: «È ancora prematuro azzardare ipotesi, essendo l’area in questione ancora al vaglio degli inquirenti, ma sono quasi certa che quei resti non rientrino nella sfera forense: se non erro, infatti, quella parte dell’edificio è stata interessata da lavori in epoca antica, senza dubbio prebellica (antecedente la Prima Guerra mondiale, ndr)».

Niente «cold case», dunque, per quello che è stato battezzato il «giallo dell’estate». «Anche perché - continua la Guareschi - in passato, soprattutto quando le nostre città erano interessate da eventi bellici o epidemiologici rilevanti, non era inusuale seppellire i morti sotto o nelle immediate vicinanze dei nosocomi».

Datare gli scheletri però è solo il primo passo. «In alcuni casi, se si rinvenisse una documentazione dell’epoca riportante interventi chirurgici od odontoiatrici con i relativi esiti, incrociando quei dati con i rilievi eseguiti sui resti (compreso il prelievo del Dna), ritengo sia possibile finanche arrivare a una loro identificazione, stabilendo età, sesso ed etnia. Insomma, qualora gli archivi fossero in grado di “parlarci“, potremmo dare un nome a quelle ossa e magari risalire anche alla causa di morte. Vanno poi esaminati i resti inorganici: a volte anche un piccolo monile può dirci molto».

Per arrivare alla radice di casi come quello dell’Ospedale Vecchio, bisogna rivolgersi a laboratori esterni. Ai miei tempi, da Parma, mandavamo i campioni a Londra, oggi occorre chiamare esperti da Roma».

 

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