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Il racconto

Vittorio Adorni: «Sulla Cisa ho lasciato un pezzo di cuore»

28 agosto 2019, 05:04

Vittorio Adorni: «Sulla Cisa ho lasciato un pezzo di cuore»

Gianfranco Josti

Il 29 agosto per don Giorgio, ultraottuagenario parroco della chiesa sulla Cisa, è il giorno più importante dell’anno perché dedicato a Nostra Signora della Guardia. Domani lo sarà ancora di più, e non solo per lui: esattamente un secolo fa sul passo che collega le province di Parma e di Massa Carrara fu posta la prima pietra di questo luogo di culto dedicato alla Madonna e completato nel 1922; fatto erigere da due coniugi genovesi, Eugenia e Flavio Fasce, come voto per essere usciti indenni da un gravissimo incidente. Col trascorrere degli anni il santuario in stile neoromanico e neogotico è stato impreziosito da un coro in legno intarsiato e al centro degli schienali sono stati collocati piccoli dipinti a olio raffiguranti Cristo Re e la Via Crucis. Ovviamente la statua in bronzo raffigurante la Madonna della Guardia, posta al centro del deambulatorio, rappresenta il cuore di questa chiesa che richiama pellegrini non solo dall’alta Lunigiana e dal Parmense, ma anche dal Piacentino, dal Genovese e dallo Spezzino. Dopo aver conquistato la qualifica di santuario minore, la chiesa di don Giorgio (che la gestisce da oltre sessant’anni) ha fatto il gran salto di notorietà quando, nel 1965, la Madonna della Guardia è stata dichiarata “patrona degli sportivi di tutto il mondo”.

Per una serie di coincidenze a questo luogo di culto è legato un personaggio molto noto e molto amato nel ciclismo, Vittorio Adorni. Nato a San Lazzaro nel novembre del 1937, professionista dal 1961 al 1970, nel palmares del campione parmense figurano due autentiche perle: il Giro d’Italia del ’65 e il campionato del mondo a Imola ’68 ma il suo nome compare negli albi d’oro di importanti corse quali il Giro di Svizzera, del Belgio, di Romandia, di Sardegna, Coppa Bernocchi e G.P. Lugano a cronometro. 1965, 1968: due anni cruciali per Vittorio che è stato anche direttore sportivo, dirigente, nonché presidente internazionale del Panathlon, perché in quegli anni ha svolto il prezioso ruolo di consigliere di due giovani emergenti, Felice Gimondi prima, Eddy Merckx poi.

Perché dunque Vittorio Adorni è riconducibile al santuario della Madonna della Guardia?

«Devo fare un gran salto all’indietro negli anni perché proprio sulla Cisa, quand’ero ragazzino, ho fatto la mia prima gita in bicicletta. Ero con due amici ed avevo usato quella di mio padre, decisamente fuori misura per me. Potete immaginare la fatica che abbiamo fatto tutti e tre per affrontare quel percorso andata e ritorno da Parma. Ricordo solo che quella è stata la “cotta” peggiore della mia vita, ancor più di quella in cui sono incorso sulla Majelletta nel Giro d’Italia del ’69, quando sfoggiavo la maglia iridata».

Da ragazzino a conquistatore della maglia rosa 1965.

«Quell’anno il via fu dato da San Marino, era la prima volta che la grande corsa a tappe partiva fuori dai confini nazionali. C’era molta curiosità non solo per quell’insolito avvio ma anche perché il Giro pareva spaccato in due: nella prima fase si puntava decisamente verso il sud, raggiungendo la Sicilia con la cronometro Catania-Taormina che mi aggiudicai precedendo Gimondi e De Rosso; nella seconda, dopo essere ripartiti da Milano si affrontavano le tappe Alpine con tante salite (Stelvio compreso) prima della conclusione a Firenze».

Torniamo al santuario...

«Vinsi quel Giro, lasciai nel pubblico una buona impressione anche perché, pur essendo maglia rosa, mi resi protagonista di una lunga fuga solitaria nella tappa partita dalla Svizzera e conclusasi a Madesimo. Convinsi Luciano Pezzi, il direttore sportivo e i titolari della Salvarani che sarebbe stato bello portare l’intera squadra sulla Cisa, al santuario della Madonna della Guardia, anche perché proprio quell’anno era stata proclamata patrona di tutti gli sportivi. Già negli anni precedenti era consuetudine per i campioni dei vari sport lasciare cimeli nella chiesa di don Giorgio ed io volevo regalargli la maglia rosa appena conquistata. Ero a conoscenza di tutto ciò perché la strada della Cisa era spessissimo teatro dei miei allenamenti, da allievo a professionista».

Era una promessa che voleva mantenere?

«Forse sì, non ricordo bene. So solo che salimmo sul passo, corridori e personale e ci mettemmo in posa sulle scale della Chiesa per la foto di gruppo, quella foto credo sia servita per stampare una serie di cartoline che pubblicizzavano il santuario. Fu una bella giornata, scherzavamo tra di noi reduci del Giro, Gimondi compreso, c’era un bel gruppo di appassionati, ci scattarono decine di foto. Indubbiamente fu una buona propaganda per il Santuario tanto che nel giro di pochi anni si accumularono tantissime maglie e cimeli finché il parroco decise di smantellare tutto».

Perché simile decisione?

«Perché con il trascorrere del tempo, a detta di don Giorgio, il santuario stava perdendo la sua funzione prettamente religiosa, i pellegrini erano distratti da maglie e cimeli, così li fece sparire quasi tutti».

Ma la sua maglia c’è ancora?

«Direi proprio di sì, anche perché per qualche tempo ho frequentato la Madonna della Guardia, partecipando ai pellegrinaggi del 29 agosto. Lo confermo, la Cisa ha lasciato un’impronta nella mia vita fin da ragazzo».

Tanti anni fa una giornata di grande allegria in compagnia di Felice Gimondi. Pochi giorni fa momenti di profonda tristezza e commozione per l’improvvisa scomparsa del campione bergamasco.

«Non mi faccia pensare, lui era più giovane, non era lui che doveva andarsene, ero io…».

Che cosa ricorda del debutto di Gimondi?

«Era molto determinato, molto scrupoloso, prestava molta attenzione ai consigli che potevo dargli. Era uscito bene dal Giro concluso al terzo posto, per una serie di improvvise defezioni si prospettò per lui l’ipotesi di andare al Tour. Gli dissi semplicemente “vieni una settimana in Francia, ti fai un po’ d'esperienza e poi torni a casa”. Dopo una settimana, invece, a casa ci sono tornato io perché m’ero ammalato mentre lui è rimasto e, pur essendo un esordiente ritornò al suo paese con la maglia gialla, a soli ventitré anni. All’inizio del Tour, che partiva da Colonia e rientrava in Francia passando da Liegi, diedi a Felice qualche suggerimento. Non era considerato un uomo pericoloso per la classifica quindi lo spingevo ad andare in fuga, cosa che fece molto bene arrivando presto alla maglia gialla. Poi lo lasciai solo e lui fu bravissimo a tener testa al grande favorito, il francese Poulidor».

Consigliere del neoprofessionista Gimondi, tre anni dopo gran consigliere di un velocista belga specialista di corse in linea, campionato mondiale compreso. Com’era Merckx prima di trasformarsi in Cannibale proprio nel 1968?

«In quell’anno era approdato alla Faema di Vincenzo Giacotto. Eddy aveva sicuramente delle grandi qualità ma era indispensabile insegnargli a gestire le proprie risorse nelle gare a tappe. In sole tre stagioni aveva alle spalle un palmares incredibile avendo conquistato oltre al mondiale di Heerlen ’67 due Sanremo, Freccia Vallone e Gand-Wevelgem. Il suo esordio “italiano” avvenne al Giro di Sardegna che vinse mentre io mi classificai terzo. Voleva stare in camera con me, cosa a me ben gradita ma avevo posto una condizione: solo lui poteva entrarci, gli altri belgi no. Sapevo per esperienza che dopo una gara vittoriosa i corridori del nord facevano bisboccia e Merckx non era diverso dagli altri. Per preparare il Giro d’Italia si schierò al Giro di Romandia che vinse alla grande».

Come fece poi sulle strade di casa nostra. Era difficile rapportarsi con lui?

«Bisognava riuscire a tenerlo a freno. Interpretava ogni corsa come una prova in linea, quindi sempre al massimo. Ci eravamo accordati che in corsa prima di qualsiasi azione mi avrebbe guardato: mi bastava un cenno della testa per farlo scattare o per farlo restare in gruppo, magari sbuffando. Tenerlo a freno era la cosa più difficile tanto più che si era trovato in maglia rosa dopo la prima tappa per aver battuto il gruppo in volata. Sapevamo tutti che il punto chiave in quel Giro del ’68 era rappresentato dal traguardo alle Tre Cime di Lavaredo, riproposto dagli organizzatori dopo l’annullamento della tappa dell’anno precedente che aveva penalizzato Gimondi. Eddy mordeva il freno, aveva vinto la tappa di Brescia, precedendo proprio me e la maglia rosa Dancel ma il suo obiettivo era quello di tornare in vetta alla classifica. Tre giorni prima del tappone delle Tre Cime il traguardo era fissato al Monte Grappa. Eddy voleva attaccare a tutti i costi ed io a tenerlo buono perché tra gli uomini in fuga c’era un nostro compagno di squadra, Casalini, quindi non toccava a noi il peso dell’inseguimento. In prossimità dell’arrivo ho dato il via libera a Merckx che per pochi metri non è riuscito a raggiungere anche Casalini, vincitore di giornata».

E il giorno delle Tre Cime che fece registrare il crollo di Gimondi?

«Eddy fremeva, se non l’avessi fermato sarebbe scattato subito dopo il via. Era partita una fuga, lui continuava a guardarmi ed io facevo no con la testa. Sul lago di Misurina è schizzato fuori dal gruppo, ho chiamato l’ammiraglia ed ho detto a Marino Vigna, il direttore sportivo “vai a fermarlo perché è troppo presto”. E Marino di rimando “e se lui non vuole fermarsi e aspettare il gruppo come faccio?”. “Semplice, lo minacci di travolgerlo con la macchina”. Dopo pochi chilometri l’abbiamo raggiunto, era furente. Quando gli ho fatto cenno che era il momento buono è scattato come fossimo in pianura e non su una salita tanto impegnativa. Ha ripreso tutti, ha vinto la tappa, riconquistato la maglia rosa ed ha gettato le basi per la sua prima vittoria in una grande gara a tappe».

Quel giorno è cominciato ad incombere sul ciclismo Eddy Merckx “il cannibale”, il campione che conquistava tutti i traguardi, dalle classiche ai grandi giri, in Italia, in Francia e in Spagna. In quel lontano giugno 1968 è cominciato il duello Merckx-Gimondi che ha contraddistinto il ciclismo per quasi un decennio. I due grandi nemici del pedale sono poi diventati grandi amici. E il “trait-d’union” tra loro è sempre stato Vittorio Adorni, il vecchio maestro.

 

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