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Macachi

Gallese: «Indignato per le minacce ai ricercatori»

19 settembre 2019, 05:07

Gallese: «Indignato per le minacce ai ricercatori»

Claudio Rinaldi

«Indignato». Non usa mezzi termini, Vittorio Gallese: interviene per difendere il lavoro dei colleghi travolti da polemiche, proteste, minacce nell’ormai famigerato “caso macachi” e per fare chiarezza, per smontare «le falsità che vengono messe in giro da questi “dottor Pinco Pallo”». Neuroscienziato, tra gli scopritori dei neuroni specchio, Gallese è una delle eccellenze della nostra Università: e, da scienziato, spiega come non ci siano alternative alla sperimentazione sugli animali: «Chi afferma il contrario non sa quello che dice». Spiega anche che «sono tutte balle» le accuse di praticare la vivisezione («non si usa da anni: da quando faccio ricerca io è sempre stata usata l’anestesia generale»), o le accuse di torturare i macachi («Continueranno a alimentarsi, a muoversi, a giocare come facevano prima»). Dice che un dialogo con le associazioni animaliste è possibile: «Ma di fronte alla violenza, di fronte all’assurdità, di fronte ad argomenti palesemente falsi, no: non c’è possibilità di dialogo».

Professor Gallese, che effetto le fa questa polemica sul “caso macachi”?

«Mi fa un effetto di già visto e già sentito, perché anch’io sono passato attraverso una polemica di questo tipo».

Quando?

«Era il 2010: Rizzolatti e io ricevemmo una laurea honoris causa all’Università Cattolica di Lovanio per la scoperta dei neuroni specchio e le applicazioni in tema riabilitativo. E la notizia scatenò un’ira di Dio».

Con minacce?

«Mai ricevuto proiettili a casa, o striscioni con la scritta “boia”, ma sono stato inondato da email piene di offese. Centinaia e centinaia di messaggi, in italiano e in inglese: tutti con le stesse frasi, tutti copia e incolla, ce ne dicevano di tutti i colori».

Qui si è andati oltre le email.

«Ma così non si va da nessuna parte, non si progredisce».

Le minacce sono gravissime. Ma contestare è legittimo, o no?

«Io ho il più alto rispetto per convinzioni profonde antispeciste. Uno ha tutto il diritto di dire “per me questa pratica non è etica”. Rimane una sua opinione, che è liberissimo di esternare, divulgare e discutere. Ma mettere in giro delle frottole no: questo non è corretto e non è accettabile».

Chi ha dato il via libera?

«Quaranta scienziati di sei organismi nazionali e internazionali hanno visto, esaminato e approvato il progetto. Quaranta scienziati ed esperti di bioetica. E non dimentichiamo che la legislazione in Italia è incredibilmente restrittiva rispetto a quella europea, riduce ulteriormente le possibilità di sperimentazione sugli animali».

Gli animalisti parlano di vivisezione.

«Balle. Vivisezione significa produrre danni con l’animale sveglio. Non si fa da anni: da che io faccio ricerca si è sempre utilizzata l’anestesia generale. Con le norme vigenti, mi verrebbe da dire che oggi è quasi più facile fare sperimentazione sugli umani che sugli animali».

La Lav continua a dire che i macachi coinvolti in questa ricerca verranno resi ciechi.

«Di nuovo: balle. Le lesioni produrranno una macchiolina cieca di pochi gradi nel loro campo visivo. Continueranno ad essere del tutto autonomi, continueranno ad alimentarsi, a muoversi, a giocare. Esattamente come facevano prima».

Nessun intervento doloroso, quindi?

«Macché. Altra falsità assoluta. Il cervello non ha recettori per il dolore. Questi signori non sanno che interventi simili vengono fatti sugli umani anche da svegli».

Davvero?

«In molte cliniche neurochirurgiche, prima di asportare la parte malata del cervello, il neurochirurgo stimola la corteccia cerebrale del paziente facendogli delle domande, perché lui possa riferire cosa ha provato. E per farlo il paziente deve essere sveglio».

Perché, secondo lei, queste bugie?

«Me lo chiedo anch’io. Le proteste si fondano sulla sistematica falsificazione dei fatti. E poi, basta avere una laurea in biologia per essere automaticamente uno scienziato? È come se io prendessi una laurea in Lettere e mi dichiarassi esperto di Dante, o di Shakespeare. Di cosa stiamo parlando?».

Le associazioni animaliste sostengono che esistono strade alternative.

«Falso. Chi lo dice ha competenza nulla. Senta un po’: immaginiamo che – come sostengono gli animalisti – non ce ne freghi nulla della conoscenza, ma che siamo animati unicamente da un enorme narcisismo, o da carrierismo. Se fosse effettivamente vero che per arrivare a certi risultati non abbiamo bisogno di passare attraverso la sperimentazione animale, chi ce lo farebbe fare di esporci a questo pubblico ludibrio?».

Quindi è impossibile rinunciare alla sperimentazione animale?

«Una coltura cellulare non ricostruirà mai la complessità olistica di un organismo vivente. Noi studiamo i correlati tra il comportamento e l’attività del cervello-corpo: né l’uno né l’altro sono ricostruibili in una capsula di Petri di colture cellulari, men che meno in una simulazione al computer. Punto. Il discorso è chiuso. Poi non mi interessa se il dottor Pinco Pallo, che ha preso una laurea in biologia, in ingegneria o in chimica sostiene il contrario. Perché, se lo fa, lo fa sostenendo il falso e non sapendo di cosa sta parlando. Molto semplice, non c’è niente da discutere. Se uno dice che esistono sistemi alternativi a questi esperimenti la risposta è una sola: non è vero».

E questo è il motivo per cui è stato approvato questo progetto di ricerca?

«Ovvio. Perché l’Istituto Superiore di Sanità, il ministero della Sanità, il Comitato etico e il Panel scientifico dell’European research council non sono a conoscenza di questi fatti straordinari di cui parlano gli animalisti, che hanno una laurea in biologia e si proclamano scienziati esperti? Questi 40 scienziati che hanno vagliato e approvato il progetto non ne sono a conoscenza? E sono felici che l’Unione europea butti via un paio di milioni di euro per qualche cosa che poteva costare molto meno? Le pare possibile?».

Come si spiega il largo seguito, i mille che sono arrivati a Parma per protestare?

«Parlano di tavolo tecnico, vogliono convincere i rettori di Torino e di Parma a sospendere la sperimentazione. Sulla base di quali argomenti? Nessuno. Trovo oltremodo problematico discutere di queste tematiche quando le basi di partenza della discussione sono palesemente falsate da una delle due parti. Ma fare breccia è facile, perché quando si parla di animali c’è un altissimo coinvolgimento emozionale».

In che senso?

«Io ho tre gatti, quindi so di cosa parlo. Una persona che ha consuetudine con gli animali domestici, che li considera a tutti gli effetti, come faccio anch’io, membri della famiglia, sa che ci regalano cose bellissime che arricchiscono la vita. Pensa che un ricercatore possa fare a cuor leggero un esperimento su un topo, su un ratto, su una scimmia o su un cane? Lo fa perché non esistono sistemi alternativi. Saremmo i primi a rinunciare a questo approccio, se le alternative fossero disponibili».

Associazioni animaliste citano statistiche secondo le quali i test sugli animali falliscono molto spesso.

«Altra falsità. La Lav fa riferimento ad affermazioni che sarebbero contenute nel sito del National Institute of Health degli Stati Uniti, nientemeno. E che parlerebbero di fallimento nel 95% dei casi. Tutto falso. Il National Institute of Health ha smentito categoricamente: “Se seguite il link alle nostre pagine non troverete nessuno dei contenuti a cui si allude nella petizione”, hanno scritto chiaro e tondo».

Come ci si difende da questi attacchi?

«Non dobbiamo stancarci di divulgare, spiegare, giustificare. Io sono un dipendente pubblico. Uno dei compiti istituzionali dell’Università, quello che in termini burocratesi si chiama terza missione – gli altri sono didattica e ricerca – consiste nel contribuire alla crescita delle conoscenze e del benessere della società, anche mettendola a conoscenza di cosa si fa nei laboratori e perché».

Come si mette in pratica?

«Io in prima persona vado nelle scuole, nei licei, mi spendo. Vado a convegni di divulgazione scientifica su queste tematiche, ritengo che sia importantissimo».

La strada è ancora lunga.

«Sì, finché questi signori diranno che siamo assassini, che siamo sadici, che vorrebbero fare ai nostri figli quello che facciamo agli animali. Finché ci dipingeranno come finti scienziati, o schiavi delle multinazionali del farmaco o unicamente animati da una smisurata ambizione personale».

Un po’ esagerato…

«Quello che facciamo è per aumentare la conoscenza e, possibilmente, per migliorare le condizioni di vita delle persone».

Anche i suoi colleghi del “caso macachi”?

«Certo. Qualcuno pensa che da giugno hanno dovuto smettere di lavorare? E che avranno dei grossi problemi a fare il rendiconto di ciò che si erano impegnati a fare e che hanno effettivamente fatto? Negli ultimi cinque mesi hanno dovuto interfacciarsi con la Digos, farsi mettere sotto protezione, denunciare le minacce, i proiettili, eccetera».

Un dialogo è possibile?

«Io non ho nessuna difficoltà a discutere pacatamente. Ma se poi uno dice “ho deciso che tu non lo puoi fare”, allora il dialogo si chiude, non ci sto più. Di fronte alla violenza, di fronte all’assurdità, di fronte ad argomenti palesemente falsi, no».

Ma i contestatori non sono tutti estremisti.

«Vero. Negli anni mi sono confrontato con molte di queste persone. Non voglio generalizzare. Però mi è capitato di sentirmi dire “Se sapessi che la terapia chirurgica o farmacologica che salva la vita a mio figlio è stata messa a punto a spese della vita degli animali preferirei che mio figlio morisse”. Questa è follia. Come vuole chiamarla?»

Quanto è stata importante la sperimentazione sugli animali nelle sue ricerche?

«Non voglio parlare dei neuroni specchio, non voglio parlare di me. Ma una cosa posso dirla: tutta la terapia non farmacologica del Parkinson è stata messa a punto grazie a un modello sui primati non umani. È stato solo in quel momento che si è capito che si poteva intervenire neurochirurgicamente. La terapia di microstimolazione cerebrale profonda risolve molti problemi che insorgono dopo anni di terapia farmacologica. Ci sono tanti filmati su Youtube: si vedono questi pazienti intrappolati nel loro corpo che, appena lo stimolatore entra in azione, è come se rinascessero a una nuova vita. È stupefacente. Questo stimolatore non l’hanno trovato sugli alberi. Quindi, di nuovo, mi chiedo: di cosa stiamo parlando?».

Cosa si può fare?

«Per prima cosa, sperare che le istituzioni diano tutto l’appoggio che devono dare. Le pare possibile che uno che, nonostante tutto, vuole continuare a fare ricerca in questo paese, con tutte le penalizzazioni che questo comporta, in termini di fondi, di salario, di riconoscimento pubblico, di servizi, si debba anche difendere dall’accusa di essere un Mengele? Qui diamo i numeri. Io sono indignato. Non trovo altro aggettivo: indignato».

All’estero le proteste degli animalisti sono come in Italia?

«Sì, o anche peggio. Conosco colleghi tedeschi e britannici che hanno vissuto sotto scorta per anni. In certi paesi il problema è stato risolto perché hanno applicato la legislazione antiterrorismo. Uno fa irruzione in un laboratorio? Sfascia apparecchiature? Libera gli animali (che, per inciso, muoiono, appena liberati, perché non sono abituati a vivere all’esterno)? Viene messo sotto processo e finisce in galera. Questo, soprattutto negli Usa, insieme al sostegno delle associazioni di malati, ha ridotto molto l’impatto di queste frange estreme».

Animalisti e no vax: vede affinità?

«Ci sono cose in comune: molti di questi discorsi si alimentano di sentito dire, di luoghi comuni, di un’enorme ignoranza sugli argomenti che si vogliono affrontare senza avere strumenti. Come dire che per curare un’otite basta la camomilla, non servono gli antibiotici. Poi però il bambino malato di otite muore».

L’estremismo è dannoso, sempre.

«È anche molto discutibile dove mettiamo il limite. Pensi ai vegetariani, o addirittura ai vegani. Si dice: un conto è un animale, un conto è un vegetale. Poi senti le lezioni del professor Mancuso dell’Università di Firenze sull’intelligenza delle piante: e scopri che nell’universo vegetale c’è un mondo di intelligenza che è mirabolante. È possibile che tra vent’anni l’unica forma di alimentazione eticamente sostenibile sia il cibo di sintesi perché scopriremo che il vegetale soffre quando strappiamo la foglia dalla pianta. Cosa ne sappiamo noi?».

Lei dove mette il suo limite?

«Io sono profondamente convinto che – a fronte del rispetto per la vita, che deve essere universale – un essere umano abbia delle caratteristiche che lo rendono diverso da tutti gli altri esseri viventi. Rispetto chi non condivide questo discorso specistico: ma, personalmente, continuo a credere che la vita di un bambino valga di più della vita di una scimmia. Finché la legge, in casi limitatissimi, consente di utilizzare gli animali per scopi precisi e vagliati, io non mi sento un criminale. Mi sento una persona che cerca di fare al meglio il proprio lavoro. Con la speranza che i risultati di questo lavoro in qualche modo abbiano delle ricadute positive per i contribuenti che finanziano la nostra ricerca».

 

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