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Dieci anni dopo: il ritorno in Abruzzo della Protezione civile

23 settembre 2019, 05:03

Dieci anni dopo: il ritorno in Abruzzo della Protezione civile

CHIARA CACCIANI

 

VILLA SANT'ANGELO (AQ) «E questa gente qua?» Nel silenzio del paese che alterna macerie e ricostruzione, la domanda di Ofelia all'amica arriva distinta anche da lontano. Scappa un sorriso. Quello della signora dai capelli bianchi si illumina, incredulo, pochi passi dopo, quando raggiungono il gruppetto di uomini e donne in divisa. «Non sarete mica di quelli che sono venuti 10 anni fa? Vi riconosco. Vi vorrei abbracciare tutti...». Sono loro, sì, sono tornati.

Dieci anni dopo la colonna mobile della Protezione civile di Parma è di nuovo a Villa Sant'Angelo, dove il 6 aprile 2009 in poche ore fu allestita una tendopoli, ci si prese cura delle 17 salme tirate fuori dalle case sbriciolate ma anche - soprattutto - della vita che restava: delle paure e della precarietà, dei pasti per restare in forze e dello smarrimento, della salute degli anziani e della quotidianità dei bambini. L'occasione è la festa per una nuova donazione del gruppo Barilla alla cittadella scolastica della vicina San Demetrio ne' Vestini. E non prevedere una tappa a Villa, come la chiamano, non era emotivamente possibile.


Da Parma sono arrivati in 36: 10 «di allora», gli altri che hanno raccolto racconti e desiderato comprendere un'esperienza entrata a far parte della storia dei gruppi. L'appuntamento «ufficiale» è per la sera, con una cena a cui è stata invitata tutta la comunità villese. Ma Luciana Forni, gruppo Aics, non ha voluto aspettare. Al mattino si è alzata presto e si è incamminata dalla frazione in cui hanno trovato alloggio i volontari. «Desideravo vedere il paese come in quell'alba di 10 anni fa - confida -. Al momento di rientrare sono passata davanti alla fermata dello scuolabus e una mamma mi ha riconosciuta». E' finita così: che è smontata a San Demetrio con loro – coi bambini del presente - puntuale per mettersi a uno dei fornelli del pasta party offerto agli studenti.

E' tardo pomeriggio, invece, quando due pulmini del gruppo Aics e del Seirs arrivano nella piazzetta di Villa Sant'Angelo. Il campanile ha ancora le lancette inchiodate dalla zampata del mostro, 3.45, e un pannello grigio non riesce a nascondere la ferita che attraversa in verticale la facciata della chiesa. Ci si ferma subito lì, con un libro tra le mani: dieci anni fa quello squarcio aperto è diventato simbolicamente la copertina di «Angeli tra le macerie», il libro in cui il giornalista della Gazzetta di Parma Marco Federici ha raccolto la cronaca della sua settimana al fianco dei volontari parmigiani e della popolazione di Villa Sant'Angelo. Scomparso Marco in un incidente stradale nel 2013, oggi c'è un'altra Federici a compiere con la Protezione civile parmigiana quel viaggio di ritorno mancato: la figlia di Marco e di chi scrive, Anna.

Otto anni come li aveva nel 2009 Agnese, che con il fratello minore Gianluigi è tra le persone più attese della cena. Ci sono anche loro, immortalati nel libro: lui che impara da Luigi Iannaccone, presidente Seirs, a giocare a sinalcoli, lei che sorride nella tenda allestita per accogliere i bambini.

E' con il libro in mano che l'amico-vicepresidente della Protezione civile Stefano Camin – con grande commozione - ritrova i passi di allora, quando le stradine erano cumuli di polvere e sassi e delle vecchie case rimanevano al massimo i tetti scivolati a terra. E' col libro in mano che si misurano i pieni e i vuoti di un paese che non raggiungeva le 500 anime e che oggi è quasi dimezzato (quel che non ha fatto la paura, lo ha fatto la lentezza della burocrazia, spiega con amarezza il sindaco).

E' col libro tra le mani che giungono, lungo il cammino, gli abbracci degli abitanti che riconoscono al primo sguardo chi aveva teso loro mano e cuore.

L'ultima tappa è alla «palude»: lì dove le tende blu hanno accolto per settimane sfollati e volontari, oggi si scatta una foto davanti a uno sterminato prato verde. Che non ha cancellato i ricordi. A snocciolarli sembrano svelare un'alchimia che riesce a combinare bene soccorritori e soccorsi. Francesca Camin e quel bimbo che per lo choc rifiutava di mangiare: «Il mio ultimo giorno qui, l’ho visto finire un piatto di pasta: mi è venuto da piangere». Mihaela Giurgi e l'anziano che brontolava con tutti. «Ma ogni giorno mi cercava con lo sguardo e io andavo a sedermi vicino a lui: passavamo 10 minuti così, senza dirci niente ma in fondo dicendoci tanto».

Poco lontane, le casette prefabbricate alzate a tempo di record dalla regione Trentino Alto Adige e l'asilo realizzato grazie all'Emilia Romagna. I giochi dei piccoli, le bici appoggiate alle case, le aiuole fiorite parlano di vita ritrovata pur in mezzo alla (evidente) difficoltà. La voglia di futuro è tenace: ogni volta che qualcuno se ne va perché ha ricostruito, la casetta viene data in affitto gratuito a giovani coppie o studenti.

E' tempo della cena. E di nuovo si esibisce quell'orchestra perfetta di ruoli e spartiti che è la ProCiv: vederla al lavoro nella buona sorte fa immaginare quanto sia preziosa ed efficace nel tempo dell'emergenza. Tra i gesti precisi e il ritmo serrato si inserisce l'occhio allenato a percepire i bisogni degli altri. C'è sempre il tempo della gentilezza: una battuta per sorridere, una fetta di salame per interrompere la fatica. E in questa serata così speciale, c'è l'attenzione - anche - ad accollarsi un carico maggiore di lavoro per permettere ai 10 «di allora» di accogliere i villesi.

Ad ogni tavolo che si riempie c'è chi rischia le lacrime. A gustare torta fritta, salumi, parmigiano-reggiano, pasta e il sapore buono della condivisione arrivano Ofelia e le sue amiche dai capelli bianchi, arriva un signore che dona liquori fatti in casa, arriva la squadra di calcio del paese, c'è chi porta salumi di cinghiale e chi una chitarra per il dopo cena. Arrivano - continui - i «grazie per tutto quello che avete fatto per noi»: gratitudine vera, che lascia agli occhi quello che non dicono le parole. Arrivano anche Agnese e Gianluigi, finalmente. Che 10 anni fa non avevano capito subito del terremoto «e io mi vergognavo per essere fuori casa in pigiama e ciabatte, e piangevo perché vedevo mia madre piangere», racconta lei.

«La casa tremava così tanto che non riuscivo a raggiungere le camere dei bambini - ricorda Claudia -. Abbiamo ripreso a dormire senza luci accese solo due anni fa e mai più lo faremo a porte chiuse». Sin da subito Agnese e Gianluigi hanno voluto mantenere un legame con chi li aveva fatti ridere gonfiando i guanti di lattice trasformandoli in galli. Li hanno rintracciati su Facebook e ora sono lì, attorno a un tavolo a cantare insieme. Perché alla fine, in questa serata abruzzese, la chitarra suona davvero. E' la canzone che allora voleva immaginare l'oggi: «Villa vivrà».

 

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