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Intervista

Leo Nucci: «Non canto più: il 10 ottobre il mio addio al Regio»

"D'ora in poi mi dedicherò alla regia: il Gala sarà il mio ultimo spettacolo a Parma"

di Vittorio Testa -

23 settembre 2019, 05:08

Leo Nucci: «Non canto più: il 10 ottobre il mio addio al Regio»

Lacrime di gioia, di dolore, di felicità, di rammarico, di gratitudine. Lacrime d’addio. L’ultima recita di Leo Nucci alla Scala - Rigoletto nove volte e sei bis - finisce in una Lacrimosa generale, dolce di amarezza e di malinconia festante e Pubblico in piedi proteso verso il palcoscenico, applausi, ovazioni, stentorei ‘’Viva Leo!’’, ‘’Bravo!’’, “Continua!’’. Sono le occasioni nelle quali si scopre l’imprecisione delle parole inadatte a descrivere il viluppo di emozioni di quei momenti teatrali in cui c’è come una sospensione dell’autocontrollo, in un crescendo al quale via via ciascun spettatore fornisce il proprio contributo. Insomma: quel che si chiama un delirio.

«Ho pianto anch’io» dice Leo Nucci nel rievocare la serata di venerdì scorso folle d’entusiasmo e d’affetto per questo settantasettenne dalla voce non intatta, per fortuna, perché diventata nell’ultimo periodo ancora più densa di sfumature e colori, colma di saggezza interpretativa: al suo Rigoletto numero 560, l’ultimo Gobbo e l’ultima recita alla Scala, Nucci riserva un’interpretazione da straordinario artista che come pochissimi altri è stato capace di farsi amare dal pubblico.

Tremilatrecento recite in 52 anni di carriera. Più decine di recital, più decine di concerti per beneficenza. «Sono fisicamente in forma come non mai», spiega Nucci, «ma ho troppo rispetto per il pubblico e per me stesso, non voglio farmi ghermire dalla megalomania senile, diventare una caricatura di cantante che si trascina penosamente in scena. Ho deciso: onoro gli impegni già presi poi chiudo con il teatro cantato, diciamo così. Mi dedico alla regia, cosa che sto già facendo con molta soddisfazione».

Quando sarà quel giorno è presto detto. «C’è una data che voglio onorare in maniera particolare» dice quasi canticchiando, forse per frenare l’emozione contrabbandandola per ilarità, «un giorno d’ottobre, il 10, quando nel 1813 nacque un certo Giuseppe: e guarda caso io - cittadino onorario di Parma, di Busseto e “Verdi d’oro” della città natale - sarò al Teatro Regio di Parma per la serata di Gala: verdiana, ovviamente».

Poi seguiranno una serie di spettacoli programmati da tempo, Pechino, Sofia, Bolscioi, Genova, una Traviata a Liegi. Tristezze? Come farà il popolar celeberrimo «’Leonucci’» a non cadere nella tentazione?

«No,no. Io sono un uomo baciato dalla fortuna, ho avuto incredibilmente tanto dalla vita. Da ragazzo meccanico di origini umili mi sono ritrovato una sera a cena invitato d’onore a Bukingham Palace. Dalle serate come baritono canta tutto da ristorante romano, Meo Patacca, a interprete applaudito alla Scala, al Metropolitan, in tutto il mondo. E poi c’è una persona, tra gli altri affetti, alla quale devo molto: mia moglie Adriana».

Adriana Anelli, soprano dai più che promettenti inizi di carriera, che si dedica a Leo: «Senza di lei, non sarei diventato un artista del palcoscenico». C’è un ricordo di coppia felicemente insieme in scena. «Adriana viene chiamata a interpretare Gilda al Teatro Salieri di Legnago. Si ammala il baritono. Ed eccomi in scena con lei nel mio primo Rigoletto». Era il 1978, Leo e Adriana entrambi nel coro della Scala: lei in attesa della prima figlia. C’è sempre in «Leonucci» un tono cordiale, come di persona che, come dire?, ci tenga a che l’interlocutore si senta a suo agio. La grandezza di un uomo normale che spicca in quel mondo di pavoni malati di egolatria. Tenace, furbo, rapido, intelligente. Il suo capolavoro di uomo astuto e cantante di prim’ordine fu a Londra, nel 1981 Una «Luisa Miller» con Pavarotti e la Ricciarelli. Il baritono dà forfait. Chiamano Leo e senza troppi giri di parole gli dicono: «Grazie della disponibilità, ma sappia che lei è qui per un’emergenza. Noi continueremo a cercare un baritono famoso e affidabile, lei sarà la riserva. Per quanto riguarda il compenso troveremo un accordo». «Sicuro» dice Leo: «Non voglio una lira. Ma soltanto il vostro impegno a farmi fare una recita, sempre che sia possibile. Altrimenti amen, avrò fatto una gita a Londra». Il famoso baritono non si appalesa. Tocca a lui. «Alla prova generale canto la cabaletta famosa, mi viene proprio bene. Alla fine del primo atto il direttore artistico mi dice: “Nucci, lei canterà alla prima”. E poi altre cinque recite. Un successo straordinario. Luciano mi abbraccia e in lingua modenese esclama: “O campione! Stasera, hai fatto in cinque giorni quello che io ho fatto in cinque anni”».

Il ragazzo maniscalco di Castiglion de’ Pepoli, poi meccanico di autocorriere a Bologna, studente di canto ma senza grandi aspettative diventa uno dei baritoni più apprezzati al mondo. «Sì - fa lui -. Ma per caso. Ho avuto fortuna» Già, ma ciascuno è artefice della propria fortuna o meno. «Beh…Qualcosina di mio ce l’ho messo» , conviene «Leonucci», nome vezzeggiativo , uomo e artista superlativo. A Parma il 10 ottobre sarà una sera di quelle da ricordare.