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Intervista

Leo Nucci, l'ultimo spettacolo

10 ottobre 2019, 05:01

Leo Nucci, l'ultimo spettacolo

VITTORIO TESTA

Non ci si crede ma accadrà. Questa sera al Teatro Regio Leo Nucci, il bis-trisbaritono, chiude la carriera di cantante lirico. «Annullati gli impegni già in agenda per il 2021», spiega, «devo però onorare quelli del 2020. Ma è qui, in questa terra verdiana che mi ha accolto come un figlio, che metto la parola fine. Lo faccio per rispetto verso me stesso e verso il pubblico. Sarebbe un peccato mortale, un atto disonesto, trascinarmi sul palcoscenico e trasformare in farsa e compatimento tutto l’affetto e la stima ricevuti in questi cinquantadue anni meravigliosi. Ma c'è una persona il cui parere per me è sacro: mia moglie Adriana, soprano di grande livello, che un giorno decise di lasciare la carriera per amor mio»

 

 

Cittadino onorario di Parma; premiato con quel Verdi d’oro città di Busseto il cui ‘capostipite’ è il grande amico Carlo Bergonzi, questo settantasettenne fenomeno di vitalità e simpatia non si è fatto scappare la data fatale in cui spegnere la sua voce di baritono con lo squillo, negli ultimi anni dedicatosi soltanto al repertorio verdiano. La data di oggi, il 10 ottobre.

E adesso Nucci ha gli occhi un po’ luccicanti mentre parla di Giuseppe Verdi, del suo essersi dato totalmente a cercare di eseguire bene i capolavori del grande Roncolese: «Il Genio che ha saputo entrare nell’anima e nel cuore dell’umanità».

Siamo a Modena nel Teatro comunale Luciano Pavarotti, dove Leo Nucci regista sta mettendo in scena una «Bohème». E’ da qualche anno che il baritono dei bis e dei tris si cimenta nella regia. «Mi piace cercare l’essenza di ogni composizione, studiare la partitura, ricreare, sempre nel massimo rispetto dell’autore, il contesto e il significato dell’opera, tentare di renderla al meglio insieme al direttore d’orchestra».

Nucci ridiventa un giovane entusiasta, quando parla di lirica, di interpretazione, di quella magnifica atmosfera che, se la messinscena è azzeccata, si crea una sorta di scambio tra l’artista e il pubblico. E’ accaduto spesso, con Leo. L’ultima volta, pochi giorni fa alla Scala. L’ultima volta… Due parole che suonano strane, novità già cariche di nostalgia, in questa mattinata che segna la fine, altra parola amarognola, di una stagione artistica. Dicevamo della Scala: «Nove recite di Rigoletto, sei bis. L’ultima sera una cosa che porterò sempre dentro di me…Io ho avuto tanto dalla vita. Forse persino troppo».

La lunga frequentazione e consuetudine che abbiamo, da cronisti, con Leo Nucci acuisce la consapevolezza del momento a rischio di commozione. Meglio sterzare, invertire la marcia e tornare sull’Appennino a Castiglion de Pepoli, il paese natale di Leo. Salire al Santuario della Beata Vergine delle Grazie, in località Baragazza: dove Nucci andava e tuttora va in pellegrinaggio. «Sì, un posto bellissimo, dove l’anima gioisce, dove lo spirito si ritempra. E poi sappiate che io sono un miracolato» dice, pentendosi seduta stante d’averlo detto. «Basta così, posso solo aggiungere che lì ho ritovato la fede».

Veniamo alle cose terrene e teatrali, alla vita così intensa, così veramente vissuta da Leo Nucci. Umili origini. Famiglia di maniscalchi. Giovin suonatore dell’ottavino nella banda del paese. Cantore notato per la sua bravura. Meccanico di corriere e intanto studente di canto a Bologna. Primo ingaggio, una particina in una «Adriana Lecouvreur». «Alla firma del contratto mi chiedono se mi vanno bene 80 mila lire. Altroché: lo stipendio da operaio era di 60 mila al mese. Ventimila in più per sole sei sere, un bel colpo, mi dico. Salgo in macchina, una Seicento, fermo al semaforo guardo le carte e a momenti svengo: sono 80 mila lire a sera: 480 mila lire! Mi scappa la frizione e tampono la macchina davanti».

Poi nel 1967 Leo vince il concorso di Spoleto. Si spalanca un futuro radioso, che tale non sarà, lui va in crisi, medita di emigrare in Australia, risponde a un annuncio «‘cercasi cantante nel ristorante Meo Patacca’» a Roma: e per sei mesi canta la cavatina del Barbiere tre, quattro, cinque volte ogni notte tra il fumo denso dell’osteria. Entra nel coro della Scala. Romano Gandolfi lo aiuta a emergere. Si sposa con il soprano Adriana Anelli, e nel 1973 cantano insieme il primo «Rigoletto». «A Legnago, Teatro Salieri. Adriana in attesa di Cinzia. Nel coro cantava Fernando Pavarotti, il padre di Luciano».

Nel 1978 il balzo verso i quartieri alti della professione con un successo straordinario a Londra, nella «Luisa Miller»: arrivato come riserva, spopola alla prova generale e conquista tutte le cinque recite insieme a Pavarotti e Katia Ricciarelli. Da quel dì, un profluvio di ingaggi, al Metropolitan, a Vienna e via via in tutto il mondo. «Una sera ero ospite d’onore insieme a Luciano a Bukingham Palace. In lingua madre ci scambiavamo battute. Io pensavo che cosa diavolo era mai successo per far sì che un meccanico slirato finisse invitato a corte con tanto di baciamano alla principessa Diana».

Parlare, ascoltare Nucci è ogni volta un viaggio volteggiante su episodi, facezie, battute, sfornate con misura e ironia cordiale, bonaria. Adesso Leo è rapito dalla regia, dallo studio maniacale della partitura e del libretto. Si entusiasma per questa «Bohéme», a Parigi ha trovato documenti inediti, prova e riprova ogni movimento e ogni inquadratura perché lo spettacolo sarà visibile in streaming, mostra un centinaio di fotografie sullo smartphone, le varie scene. Sta tutto il giorno da mattina a notte fonda a controllare ogni cosa. Quel che si dice una forza della natura.

Dunque a Parma, al Teatro Regio per l’addio al canto. Nel giorno in cui si celebra la ricorrenza della nascita di Verdi. «Parma, Busseto, questa terra, questa gente. Non poteva essere altrimenti. Dovevo mettere un punto e un a capo: posto migliore non esiste per vivere questa emozione forte come nessun’altra». Conclude Nucci. No. C’è qualcosa d’altro. Il cronista gli comunica che il sindaco di Busseto, Giancarlo Contini, ha proposto alla giunta di decretare la cittadinanza onoraria o la simbolica consegna delle chiavi della città di Busseto al «grande artista che ha saputo onorare con la sua arte eccelsa le opere di Verdi in ogni parte del mondo». Dentro quell’apparente dura scorza, c’è un Leo Nucci facile a commuoversi: «Sono stupito, lusingato. E così come è stato per il Verdi d’oro del 2016 a Busseto, voglio dedicare questo premio a un grandissimo amico, cantante inarrivabile e uomo generoso: l’immenso Carlo Bergonzi». Sarà una serata da ricordare, quella di stasera al Teatro Regio.

 

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