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CONDOMINI

Un buco da 400mila euro, a giudizio l'amministratrice Simona Salati

10 ottobre 2019, 05:05

Un buco da 400mila euro, a giudizio l'amministratrice Simona Salati

GEORGIA AZZALI

Un piccolo impero in mattoni. Case non di sua proprietà, ma che nel giro di pochi anni le avrebbero fruttato come un investimento super azzeccato. Doveva «semplicemente» amministrarli quei palazzi, Simona Salati, 46 anni, invece li avrebbe saccheggiati, intascando oltre 400mila euro tra il 2013 e il 2018. Lo scorso marzo, su richiesta del pm Francesca Arienti, il gip aveva fatto scattare l'interdizione per un anno dall'attività di amministratrice di condominio. E, ieri, il gup Alessandro Conti l'ha rinviata a giudizio per appropriazione indebita aggravata e continuata e autoriciclaggio. A processo - con l'accusa di ricettazione - sono finiti anche il padre della Salati, Gianfranco, il marito Graziano Lavagetto, e un collaboratore di studio, Celestino Giuffredi. Otto gli amministratori che si sono costituiti parte civile su quindici parti offese citate, anche se alcuni professionisti rappresentano più di un immobile. La prima udienza del processo è stata fissata per il 3 febbraio prossimo.

Un'amministratrice dai grandi numeri, Simona Salati: 19 i condomini (da decine di appartamenti) «dilapidati» e 20 le querele collezionate negli ultimi due anni. La prima, che aveva fatto scattare l'indagine della Finanza, era stata presentata nel giugno 2016 dall'amministratore del condominio «Meucci 1», subentrato alla Salati: al professionista era bastata una telefonata a Iren per scoprire che quei cancelli automatici dai mille problemi, o la mancanza di corrente e gas negli appartamenti, non erano dovuti a guasti tecnici. La spiegazione? Lo stabile aveva accumulato con la società energetica 60mila euro di debito.

Proprietari o inquilini che improvvisamente scoprono un buco più o meno grande. Fino al «record» del condominio «Bottego 1», all'incrocio tra viale Bottego e via Trento: 116.372 euro spariti in poco più di un anno. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, l'amministratrice avrebbe effettuato prelievi in contanti, emesso assegni, fatto giroconti e bonifici sui propri conti personali o su quelli del suo studio (poi diventato Giada srl). Ma in alcuni casi i soldi sarebbero anche finiti sui conti del marito, di Giuffredi - suo collaboratore, oltre che socio della Giada - e del padre. Da qui, l'accusa di ricettazione per tutti e tre. Che, pur non essendosi appropriati direttamente dei versamenti degli inquilini, avrebbero saputo perfettamente da dove proveniva il denaro. Sul conto del marito della Salati, in particolare, nel 2016 sarebbero arrivati oltre 80mila euro nel giro di cinque mesi. Sempre nello stesso anno, Giuffredi avrebbe ricevuto sui suoi conti 8.900 euro nel giro di dieci giorni e altri 17.300 tra dicembre 2016 e giugno 2017. Tra febbraio e dicembre 2017, poi, 5.590 euro sarebbero finiti sul conto del padre della Salati.

Rivoli diversi in cui incanalare le rate dei condomini tentando di farne perdere le tracce. Ma anche veri e propri investimenti, mettendo in piedi un'operazione di autoriciclaggio, secondo l'accusa. Alla fine di settembre del 2016, infatti, la Salati ha costituito insieme al marito la società Giada, versando 2.500 euro come 25% del capitale sociale, e nove mesi dopo ha acquistato, con un pagamento dilazionato, un'autorimessa da 47mila euro.

Ma come venivano giustificati i movimenti di denaro? Anche in modo bizzarro, come sta scritto in una delle causali scovate dagli inquirenti: «Rimborso acquisto pianta nascita bambino». Spesso, però, la Salati non si sarebbe preoccupata di lasciare nemmeno una giustificazione. In diversi casi, poi, proprietari e inquilini hanno avuto una marea di grattacapi anche quando alla Salati sono subentrati nuovi amministratori, perché la professionista si sarebbe portata via pure la documentazione amministrativo-contabile dei condomini. E nemmeno le ordinanze del tribunale civile, a cui i legali di diversi inquilini avevano fatto ricorso, erano servite, tanto che era stato necessario richiedere l'esecuzione forzata con l'ufficiale giudiziario. Poi, nel giugno dello scorso anno, il blitz della Finanza aveva fatto riapparire gran parte delle carte scomparse.

 

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