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Tragedia di piazza Picelli

Accusa di omicidio stradale per il ciclista?

14 ottobre 2019, 05:08

Accusa di omicidio stradale per il ciclista?

LUCA PELAGATTI

«Che prima o poi qualcuno si potesse fare male lo sapevamo tutti. Però nessuno pensava si potesse arrivare a tanto». L'uomo che cammina veloce in piazzale Picelli parla e indica i segni di vernice gialla sull'asfalto all'incrocio con via Cocconcelli, guarda il punto dove giovedì pomeriggio Oscar Ragazzoni è stato ucciso dalla bicicletta condotta da un giovane nigeriano. E poi sbotta: «Speriamo che si intervenga. Perché morire per un incidente è sempre una tragedia. Ma andarsene a 46 anni, per colpa di un ciclista scriteriato è davvero troppo».

Già, eppure basta passare qualche ora qui, nel cuore dell'Oltretorrente, per capire che per molti si tratta di una tragedia annunciata. Che, sottovoce, parecchi legano a storie che con il Codice della strada non hanno nulla a che vedere.

«E' inutile negare l'evidenza: il pericolo sono i ciclisti indisciplinati e non conta se siano italiani o stranieri - aggiunge un anziano all'imbocco di strada del Quartiere. - Ma in più, qui intorno, ci sono questi giovani di colore che corrono a ogni ora sulle loro bici. Cosa fanno lo sanno tutti: spacciano. Ma non solo. Mettono anche in pericolo anche i pedoni».

Una osservazione che nasce dall'esasperazione? Probabilmente è così. Però la dinamica dell'incidente di giovedì scorso, ora all'esame della polizia locale, sembra confermare un dato: marciapiedi e sensi unici non contano. E se ci si aggiunge che questi ragazzi in sella pedalano come matti molti hanno timore per la propria sicurezza. «Prima di uscire dalla porta di casa dobbiamo sempre controllare che nessuno stia arrivando in bici sul marciapiede - continua una residente. - E se osi lamentarti rischi pure che ti urlino dietro qualcosa».

Sulla convivenza difficile tra pedoni e ciclisti si potrebbero scrivere trattati. Ma la morte dell'ingegnere 46enne fatalmente fa crescere la paura. E scatena la richiesta di correttivi.

Ragazzoni infatti è stato centrato in pieno sulle strisce da un ragazzo che pedalava contro mano. E se ancora non ci sono conferme è facile ipotizzare che possa scattare per lui una denuncia per omicidio stradale. Il ciclista, un richiedente asilo in regola con il permesso di soggiorno, infatti ha violato le norme del Codice. E anche se non stava guidando un mezzo a motore questo non gli eviterà di dover rispondere di fronte alla legge. Molto più difficile invece capire se, invece, sia vero che andava a velocità sostenuta come dicono alcuni. «Ed è un volto noto, lo si vede spesso andare in giro per il quartiere, dai viali verso le strade interne». Una è proprio quella via Cocconcelli dove sabato sono tornati gli agenti della polizia locale per nuovi accertamenti e per recuperare la bicicletta, vistosamente danneggiata, che subito dopo l'incidente era rimasta all'incrocio, vicina ad una cancellata. «L'hanno portata via e adesso sono rimasti solo quei segni sull'asfalto. Per un occhio profano vogliono dire poco. Ma ci ricordano ogni volta che attraversiamo che qui una persona è morta. E la vittima, visto quello che è successo, avresti potuto essere tu».

La testimone

«Nella mia vita ho visto tante cose. Ma una esperienza del genere non l'avevo mai vissuta. Tanto che continuo a ripensarci. E mi resta la paura».

La signora Rosa (un nome per non renderla riconoscibile) ripercorre il momento dell'incidente costato la vita a quel 46enne con la lucidità di un rallenty. Che però si inceppa alla fine del discorso: «Quando ho visto quel poveretto a terra mi si è fermato il cuore. Aveva l'età di mio figlio. E per un istante ho temuto che potesse essere proprio lui».

Era invece quell'ingegnere modenese che, in una pausa del lavoro, voleva solo raggiungere un bar per bere qualcosa e che è stato travolto da una bicicletta. A dirlo sembra un paradosso: ma si muore anche così.

«Io ero appena uscita, ero a pochi passi di distanza - prosegue la testimone. - Ho visto il ciclista arrivare da strada del Quartiere: andava veloce e ha attraversato piazza Picelli passando davanti alla chiesa. Poi si è fiondato verso via Cocconcelli».

La strada è a senso unico e lui l'ha imboccata in direzione vietata. Ma, soprattutto, pare non abbia neppure rallentato.

«In quel momento il pedone aveva appena iniziato ad attraversare sulle strisce, da destra a sinistra, e il ciclista se l'è trovato davanti. Ho visto che ha fatto qualche movimento con il manubrio, mi ha dato l'impressione che cercasse di sterzare». Ma, evidentemente non c'è riuscito.

«Lo ha centrato in pieno. La sua ruota anteriore si è infilata in mezzo alle gambe del pedone e lo ha colpito all'addome con il manubrio. Per l'urto il ciclista è stato poi sbalzato in avanti e si sono urtati con forza, la testa dell'uno contro la testa dell'altra».

E a quel punto il destino di Ragazzoni era già segnato.

«Il pedone è finito a terra ed ha perso i sensi, era chiaro che era gravissimo». E quando, pochi minuti dopo, sono arrivati gli operatori del 118 è immediatamente scattata la corsa contro il tempo, la frenetica lotta per salvarlo. «Lo hanno intubato mentre il ciclista era in piedi, con un pezzo di garza che si tamponava la fronte». E la signora Rosa, a quel punto, si ferma. «Avrei voluto dirgli se si rendeva conto di quello che aveva, della gravità del suo comportamento. Ma intanto erano arrivati anche gli agenti della polizia locale e c'era tanta gente. Così me ne sono andata».

Con il corpo. Ma la testa era sempre li. E torna ancora adesso a quel maledetto momento. «Il giorno successivo ho chiesto come stessero tutti e due. Il ragazzo di colore, mi hanno detto, si era fatto medicare, gli avevano dovuto dare sei punti alla testa. Per quell'uomo di Modena, purtroppo, mi hanno detto che non si era potuto fare nulla», conclude. E la voce si affievolisce. Poi il commiato. «Ci continuo a pensare. L'ho detto: alla sua età avrebbe potuto essere mio figlio. E davvero, morire così non ha senso».

 

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