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Curdi

Ali Reda: «La mia terra versa lacrime e sangue»

14 ottobre 2019, 05:05

Ali Reda: «La mia terra versa lacrime e sangue»

ROBERTO LONGONI

 

Gli F16 bombardano oltre, a sud; e oltre avanzano le truppe di Ankara. I parenti di Haji Mohamed Ali Reda, medico curdo-calestanese, non sono più al fronte: la loro terra, i turchi la conquistarono già nel 2018 con il raid «Ramoscello d'ulivo». Bastonate, altro che sventolii di ramoscelli: e gli ulivi se li presero tutti. «Ho appena ricevuto un messaggio da mio fratello - racconta Ali Reda -. I curdi raccolgono le olive e la gente mandata da Erdogan gliele porta via. Siamo quasi schiavi». Ad altri, sulla rotta dei carri armati turchi va peggio: in armi o civili che siano. Con l'operazione «Fontana di pace» a sgorgare sono il sangue in Siria e lontano le lacrime degli espatriati.

Ali Reda è tra loro. figlio di Afrin, angolo di Siria colpevole di confinare con la Turchia e ancor di più d'essere territorio curdo. In Italia, dove è venuto per laurearsi in Medicina, tra Bologna e Parma, e da dove non è più ripartito, ha sposato la calestanese Elena Rossi. Le colline dell'Appennino sono diventate specchio della sua terra natia: qui sono cresciuti i figli Ivan, 40 anni, e Serena 32, entrambi battezzati. Al medico ora in pensione è rimasto uno spiccato accento mediorientale, ma non c'è più nessuno che lo consideri straniero. Ha saputo farsi amare: per decenni è stato al servizio della sua nuova patria, tra gente che non manca di fargli sentire il proprio abbraccio. «Non c'è giorno che passi senza la testimonianza di solidarietà di qualcuno» sottolinea lui. Bende sottili su una ferita che sanguina. E al tempo stesso lui non può sentirsi estraneo al dolore e ai lutti che colpiscono la sua gente: al di là della famiglia che ancora vive in quella terra martoriata.

«FONTANA DI SANGUE»

L'offensiva scatenata da Erdogan su un fronte lungo 700 chilometri, ha l'obiettivo dichiarato di formare una «zona cuscinetto» profonda almeno una trentina di chilometri, nel territorio abitato per l'80 per cento dai curdi. La causa? Presunte minacce terroristiche. L'effetto? Una quasi certa pulizia etnica.

Atroce destino, quello del popolo smembrato tra quattro stati (Turchia, Siria, Iraq e Iran), senza averne uno proprio. Popolo tradito oltre che dagli uomini di troppe bandiere anche dal dizionario. Ogni volta che da Ankara risuonano parole di concordia e armonia, deve tremare. Deve subire o fuggire (sì, ma dove?) o imbracciare il fucile (ma per cosa, quando ti sganciano bombe dal cielo?). Mentre il mondo balbetta impotenti proteste.

Il califfato di Al Bagdhadi è stato sconfitto? E allora i peshmerga possono pure finire sotto la terra sulla quale furono gli unici a mettere gli scarponi nella guerra contro i tagliagole dell'Isis (che temevano di essere uccisi dalle donne curde: niente «paradiso», in tal caso). Magari mentre i terroristi (quelli veri) si radono le guance e indossano una divisa ripulita di tutto punto. Pare che già un centinaio di loro siano riusciti a fuggire dai campi sorvegliati dai curdi.

«Sembra assurdo, ma è proprio ciò che sta avvenendo dove sono nato» scuote il capo Ali Reda. «A che cosa è servito il sacrificio di oltre diecimila nostri giovani, ragazze e ragazzi, morti per difendere il mondo dall'Isis? Ora tuonano di nuovo i cannoni su Kobane... Con la differenza che da una parte c'è un esercito armato di tutto punto e dall'altra la mia gente senza più alcun aiuto».

VIOLENZE CULTURALI

Nonostante la diaspora e l'emigrazione dei nipoti in Germania, gran parte della famiglia di Ali Reda è in Medio oriente. «Una trentina di parenti tra fratelli e sorelle, nipoti e cugini: una metà al di qua del confine turco, costretti perfino a cambiare cognome, l'altra sul lato siriano. Almeno, quello che fino all'altro ieri non era ancora Turchia di fatto. Tutti condividono lo stesso destino culturale: a ognuno è stato impedito di imparare il curdo scritto, ognuno ha dovuto frequentare la scuola in lingua o turca o araba. Ora la bandiera di Ankara sventola ovunque. Tutto è stato depredato. Tempo fa, mio fratello mi ha spiegato che ad Afrin i curdi ormai rappresentano solo il 10 per cento della popolazione».

Le notizie, il medico le ottiene dalle varie tv satellitari e dai siti internet dei Paesi arabi: quelle di prima mano sono interrotte. Dei suoi, fuggiti da Afrin durante l'operazione «Ramoscello d'ulivo» e sfollati in un campo profughi tra Maydanki e Aleppo, non sa quasi più nulla. «I social sono stati bloccati e così i telefoni - spiega lui -. Prima del messaggio vocale di mio fratello, una ventina di giorni fa ne avevo avuto uno da un nipote. “Ci stiamo sciogliendo come una palla di neve al sole” mi ha detto». Quanto sia rovente il sole a quelle latitudini crudeli è noto. «Erdogan si è preso Idlib, A'zaz e Al'Rai. E non ha intenzione di fermarsi». Troppe le ragioni che lo spingono: da quelle geopolitiche a quelle etniche, senza dimenticare quelle economiche. Il sottosuolo è ricco di petrolio, le campagne di olio di oliva. «Solo lo scorso anno - spiega Ali Reda - alla Spagna ne è stato venduto per 200 milioni di euro. Nella nostra zona ci sono 18 milioni di ulivi».

TRADITI NEI SECOLI

Quante volte siano stati traditi, ormai nemmeno più i curdi lo ricordano. Un secolo fa, a rimangiarsi la parola furono francesi e inglesi, con il trattato di Sèvres. Il «loro» Kurdistan nacque solo su una sterile mappa. In tempi più recenti, il voltafaccia è stato di altri. «Fino all'offensiva dell'aprile del 2018, ad Afrin c'erano i russi: lasciarono il campo libero ai turchi dopo l'acquisto dei turchi di missili antiaerei da Mosca. Ora è stato Trump ad abbandonarci. In ballo ci sono altre forniture militari. Molto probabilmente quella degli F-35 che in un modo o nell'altro saranno venduti ad Ankara... Del resto, già Henry Kissinger nel 1972 disse che non avremo mai avuto un nostro Paese. La nostra terra è troppo ricca. Basti pensare a tutto l'uranio dell'Ararat».

E i curdi, sono troppo odiati. Tanto da mettere d'accordo tra loro anche chi si scontra su tutti gli altri fronti. «Erdogan - prosegue il medico calestanese - vuole rimettere in piedi l'Impero ottomano; anticipare i tempi e acquisire militarmente il potere che la Turchia avrà a partire dal 2023, quando scadranno i vincoli di sfruttamento delle risorse del sottosuolo». Nel frattempo, che cosa accadrà ai curdi? «Stiamo parlando di 45 milioni di persone, 22 in Turchia e sei in Siria. Ma solo nell'Iraq del nord abbiamo qualche diritto. Speriamo almeno che non vengano perpetrati genocidi e che non vada perduta anche la nostra cultura già a rischio per ciò che subiamo a scuola. Erdogan ha promesso 500 piante di ulivo e una casa a ogni soldato e a ogni guerrigliero che entra nel nostro territorio: già ora si trovano paesi nei quali afgani, ceceni, pakistani o arabi sunniti hanno preso il nostro posto. È cominciata così: la demografia farà il resto».

 

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