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PELLEGRINO

Botte al fratello, che morì: condanna definitiva per Sacchi

17 ottobre 2019, 05:06

Botte al fratello, che morì: condanna definitiva per Sacchi

GEORGIA AZZALI

PELLEGRINO Una famiglia spaccata. Divisa da un dramma che ha scavato un abisso. Quel pomeriggio del 15 gennaio 2014 Lucio Sacchi piomba sul pavimento di casa e muore, dopo una lite furibonda con Giancarlo, il fratello con cui condivideva le giornate nella gestione dell'azienda agricola di famiglia a Careno. Insieme sul lavoro, eppure così distanti, separati da anni da un muro di conflitti e incomprensioni. Finito sotto inchiesta per omicidio preterintenzionale, Giancarlo era stato condannato sia in primo grado che in appello a 6 anni e 8 mesi, con il riconoscimento delle attenuanti generiche prevalenti. E nei giorni scorsi la Cassazione ha confermato la condanna. Via libera anche alle provvisionali (50mila euro a testa) per la moglie e i due figli di Lucio, che si erano costituiti parte civile, assistiti dagli avvocati Filippo Poggi Longostrevi e Federica Folli. Per Sacchi, 64 anni, rimasto sempre libero durante le indagini e i processi, si apriranno così le porte del carcere.

Questioni di giorni. Forse addirittura di ore, il tempo che la procura faccia scattare l'ordine di esecuzione. Eppure, il destino di Giancarlo era tutt'altro che segnato, nonostante la doppia condanna incassata in primo e in secondo grado. Il sostituto procuratore generale della Cassazione aveva infatti chiesto alla Corte l'annullamento della sentenza d'appello, con rinvio a un'altra sezione per la celebrazione di un nuovo processo, accogliendo così il ricorso del difensore Luca Berni. Che durante la sua arringa, ripercorrendo i motivi messi nero su bianco nell'atto, ha insistito sull'insussistenza dell'omicidio preterintenzionale. Seconda la difesa, infatti, non fu l'aggressione di Giancarlo a causare la morte del fratello. In termini giuridici, non sarebbe stato provato il nesso di causalità.

Ma la Suprema corte non ha modificato una virgola della sentenza d'appello. Quel giorno Giancarlo, 64 anni, non voleva uccidere (da qui l'accusa di omicidio preterintenzionale), tuttavia per i giudici c'è un nesso diretto tra le botte e la morte di Lucio. Una serie di ceffoni e molto probabilmente anche un pugno in faccia: dopo le urla e gli insulti, Giancarlo si sarebbe scagliato contro il fratello. Secondo il medico legale Lorenzo Marinelli, consulente della procura, Lucio, in evidente stato di ubriachezza, fu aggredito dal fratello con una violenza inaudita: i colpi gli fratturarono le ossa nasali. Ma fu la caduta a terra a far precipitare le cose, perché in breve tempo si scatenò una forte emorragia nelle vie aeree, che poi portò alla perdita di coscienza. Inoltre, la gravità delle lesioni e il fatto che quel giorno Lucio avesse bevuto molto (il tasso alcolemico era 2,65) avevano fatto scattare ben presto l'ostruzione delle vie respiratorie e poi l'arresto cardiaco. La frattura del naso, poi, sarebbe stata provocata non dalla raffica di schiaffi ma da un cazzotto: la contusione rilevata quel giorno al metacarpo della mano destra di Giancarlo era compatibile con una lesione dopo aver sferrato un pugno.

Lui, invece, ha sempre negato di avere spinto il fratello. «Il contatto fisico sarebbe in realtà avvenuto tra Lucio e la madre, ma nel frattempo la donna è morta - aveva sottolineato l'avvocato Berni durante il processo davanti alla Corte d'assise di Parma -. Giancarlo interviene per liberare la madre, dà qualche schiaffo, e Lucio cade su un fianco».

Dopo essersi accasciato sul pavimento, l'uomo venne per i piedi e trascinato nel corridoio della casa. Ma dopo i colpi e la caduta in che condizioni era? Secondo la difesa, Lucio non era ancora morto, tanto che gli operatori del 118 avrebbero attaccato il defibrillatore. Ma, secondo il medico legale, il cuore di Sacchi si era già fermato. E quello non fu che un tentativo estremo - e doveroso - da parte dei soccorritori.

 

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