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IL PERSONAGGIO

Bruno Alves, il Parma, il Tardini e il futuro

17 ottobre 2019, 05:06

Bruno Alves, il Parma, il Tardini e il futuro

SANDRO PIOVANI

Bruno Alves esce per ultimo dallo spogliatoio di Collecchio («è sempre così» dicono gli addetti). Berretto in testa, passo deciso, senza esitazioni: sembra di vederlo entrare al Tardini, dal tunnel. Ma qui, a Collecchio, sorride. Capitano e leader ma non è tutto. Parla del Parma di oggi, degli obbiettivi ed anche della sua idea di calcio e di essere calciatori. «Molti genitori sono felici di avere bambini che giocano a calcio, ma poi non chiedono ai figli se anche loro lo sono». Quasi una filosofia di vita: volontà e sacrificio. Anche a 37 anni (ne compirà 38 il prossimo 27 novembre), anche dopo aver giocato nei più importanti club d'Europa, dopo aver giocato un centinaio di gare nel Portogallo e dopo aver vinto un campionato Europeo. E Alves adesso pensa solo al Parma, ad una stagione che, già da queste prime giornate, si presenta difficile e certamente non scontata. Ed è chiaro che il primo e più importante obbiettivo, proprio come l'anno scorso, è la salvezza. «Ovviamente vogliamo fare di più rispetto all'anno scorso. Stiamo lavorando duramente con la squadra che si è arricchita di nuovi giocatori. Il calcio, come tutte le cose, richiede tempo. Il nostro allenatore l'anno scorso ha fatto un grande lavoro pensando anche al gruppo che aveva a disposizione. E quest'anno vogliamo fare meglio».

Il Parma non è cambiato soltanto nei giocatori. Sembra che ci sia una nuova idea di gioco, una organizzazione diversa in campo.

«Credo che quest'anno abbiamo più soluzioni e più qualità rispetto all'anno scorso. Ma questo ovviamente non significa automaticamente che vinceremo più partite. Quello che dobbiamo fare è mantenere lo stesso comportamento, lo stesso atteggiamento che abbiamo messo in campo l'anno scorso. Se lo faremo anche la qualità e il talento potranno emergere».

Per voi difensori cosa è cambiato nel modo di affrontare le partite rispetto alla passata stagione?

«Quest'anno abbiamo più possesso palla, la teniamo molto di più. Attacchiamo di più e teniamo la palla più lontano dalla nostra area. E lavorando e giocando in questo modo credo che si possa anche vincere qualche partita in più. Credo anche che se manteniamo il comportamento e l'atteggiamento visto l'anno scorso, il campo ci dirà dove possiamo arrivare».

In effetti il Parma senza determinazione visto a Ferrara è sembrato facilmente attaccabile, prevedibile.

«Non solo contro la Spal. Riguarda tutte le partite giocate senza il giusto atteggiamento, allora potremmo sempre avere delle difficoltà. La serie A è un campionato molto difficile e per ottenere ogni singola vittoria devi lavorare molto duramente. Quindi prima di parlare della qualità del gioco, bisogna avere il giusto atteggiamento ma anche il giusto grado di ambizione per poter ottenere certi risultati».

Arriva il Genoa, è una partita che sembra avere le stesse premesse dell'ultima giocata al Tardini (il 9 marzo scorso): loro in difficoltà, entrambe le squadre con il bisogno di fare punti...

«Una partita molto difficile. Però quello che noi vogliamo, come squadra, con il mister, è di fare più punti possibile al Tardini. Vogliamo che, anche con l'aiuto del nostro pubblico, per gli avversari venire nel nostro stadio non sia semplice, vogliamo che pensino “oggi è una partita molto difficile”».

Tu come lo vivi il Tardini?

«Ho un rapporto molto intenso, importante con il Tardini. C'è una cultura del calcio molto alta, senza dimenticare poi i giocatori portoghesi che hanno giocato qui nel passato. E la partita in casa, da sempre per me, è da vincere. E vorrei che accadesse anche qui».

L'anno scorso sei stato il miglior giocatore della serie A nei contrasti aerei e sino ad ora sei il migliore nella speciale classifica dei palloni recuperati (121). Questi numeri sono figli dell'atteggiamento di cui hai appena parlato?

«Se riesco a raggiungere certi risultati a livello personale il merito innanzitutto è grazie al lavoro del gruppo e dell'allenatore che riescono anche a farmi essere un giocatore migliore rispetto al passato. Ho giocato a calcio tante partite, gioco da molti anni e da quando mi sveglio penso a come posso migliorarmi, come comportarmi, cosa posso mangiare per poter stare meglio. Il mio obbiettivo personale è quello di essere di esempio per i più giovani, per comunicare a tutti loro cosa si debba fare per trasformare in realtà le proprie ambizioni. Tanta gente pensa che un calciatore lavori per due ore al giorno. Certo, l'allenamento dura due ore. Ma poi quando vai a casa devi anche pensare a come riposare nel modo migliore, come recuperare le energie, cosa fare per essere sempre un giocatore al top».

Non hai mai pensato che in futuro potresti insegnare queste cose ai giovani?

«Non so cosa accadrà in futuro. Però credo che per quello che ho fatto e che per quello che sto ancora facendo nel calcio, qualcosa di bello nella vita mi succederà. Qualsiasi porta credo che sia aperta».

I giocatori come te, i grandi campioni dovrebbero insegnare ai giovani: credi sia un'idea assurda, irrealizzabile?

«Se avessi la possibilità di insegnare calcio mi piacerebbe farlo soprattutto con i più giovani perché con loro è più facile. Ma i calciatori, quelli grandi soprattutto, hanno la forza e la volontà di diventare tali, al di là dei maestri. Molti genitori vogliono che i loro figli diventino calciatori ma nessuno chiede loro se gli piaccia giocare a calcio. Bisogna essere consci del fatto che bisogna affrontare grandi difficoltà, sin da quando sei giovane. Io, da bambino, mi allenavo con mia padre (anche lui calciatore ndr), al buio, sui sassi, non c'era erba. Conosco certe difficoltà».

Se invece c'è qualcosa che non va nello spogliatoio, nei comportamenti dei tuoi compagni, allora come ti comporti?

«Non è facile gestire questo tipo di situazioni, perché io sono molto esigente nei miei confronti e a volte rischio di esserlo con gli altri. E non è facile chiedere agli altri di fare certe cose per essere al top. Ogni giocatore è diverso, ha le proprie caratteristiche, la propria personalità. A volte può capitare in partita di alzare la voce, di arrabbiarsi un po' perché le cose non vanno come vorresti. Però quello che cerco di fare, sia in partita che in allenamento, è parlare molto con i miei compagni. Perché parlare e comunicare con i compagni è molto importante, per cercare di trasferire loro quello che serve per arrivare a un certo risultato».

Dopo queste prime sette partite di A, ti sembra che questo campionato sia più equilibrato rispetto all'anno scorso, più difficile?

«Certo, molto più difficile. Innanzitutto noi non siamo più una sorpresa, come potevamo esserlo l'anno scorso. Le squadre che sono arrivate dalla B si sono attrezzate bene. E in generale il livello della A si è alzato, si è creato un effetto “Cristiano Ronaldo”, quando lui è arrivato altri grandi giocatori lo hanno seguito, sono arrivati in Italia. La qualità generale si è alzata».

 

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