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MUSICA

Intervista a Paolo Schianchi: «Dalla paura alla speranza»

20 ottobre 2019, 05:06

Intervista a Paolo Schianchi: «Dalla paura alla speranza»

PIERANGELO PETTENATI

È successo tutto in pochissimo tempo: l’incidente, il rientro in Italia, la diffusione della notizia, l’operazione e, questione di giorni se non di ore, le dimissioni dall’ospedale Maggiore.

In poco più di una settimana, Paolo Schianchi (il talentuoso musicista parmigiano da oltre due anni residente negli Stati Uniti) è passato dal timore di vedere interrotta la propria carriera a causa di un banale incidente alla speranza (medica) di guarigione fino ad arrivare alla certezza interiore di ricominciare presto a suonare.

Anche se ancora ricoverato nel reparto di Ortopedia, ha voluto raccontare quanto successo: «L’incidente è avvenuto la sera di giovedì 10: ero andato a un appuntamento di lavoro in un centro culturale vicino a casa. Ho finito più tardi del previsto e, non volendo fare troppo tardi, ho ceduto alla tentazione di noleggiare uno scooter elettrico che là noleggiano ovunque. Dato il mio lavoro, se posso cerco di non prenderlo e quando lo prendo la mia attenzione è a livelli paranoici proprio per non farmi male. Purtroppo, nella pavimentazione stradale mancava un cubetto di porfido, la ruota anteriore ci è finita dentro e io, nonostante tutti i tentativi di mantenere l’equilibrio, sono finito a terra; ho fatto di tutto per proteggere le mani, ma ho battuto la spalla, che mi si è fratturata in più punti».

Come mai la scelta di farsi operare in Italia?

«Va sicuramente cancellato lo stereotipo che negli Stati Uniti ti lasciano per strada se non hai l’assicurazione, perché non è vero, ma è vero che è un sistema molto diverso dal nostro. Sono stato immediatamente curato dall’equivalente del nostro pronto soccorso, dove mi hanno fatto tutti gli esami necessari, ma le opinioni sul da farsi erano contrastanti, qualcuno diceva addirittura che non avevo bisogno di operazioni. Così mi sono fatto dare tutte le lastre e ho cercato altre consulenze, sia negli States che in Italia, finché ho trovato il dottor Michele Verdano, quello che poi mi ha operato qui a Parma».

Come mai proprio lui?

«Perché, a differenza di altri ha dato immediata disponibilità anche se eravamo nel fine settimana, è stato di una gentilezza unica e, fra tutte le persone che me ne hanno parlato, godeva di una considerazione eccellente. Lo prova la statura umana che ha dimostrato. È giovane ma ha una grande esperienza e un' ottima reputazione e si sta facendo notare come un vero fuoriclasse anche a livello europeo».

Come è andato l’intervento?

«Benissimo. Sono entrato cosciente in sala operatoria, ma quando sono uscito sono scoppiato in lacrime, perché la tensione era passata e sapevo che tutto era andata bene. Ora, dopo l’intervento del medico, inizia una nuova fase in cui sarà mia la responsabilità nel ritornare quello di prima».

Cosa succederà ora?

«La prima notte è stata durissima ma ora il dolore è sopportabile e sono pronto per essere dimesso. Mi hanno già fatto fare i primi movimenti, mi aspetta una dura riabilitazione ma conto di tornare a suonare, almeno le cose più semplici, fra tre mesi. È la metà di quanto mi hanno detto, ma sono spinto dalla voglia di tornare da mia moglie e mio figlio in America e dalla voglia di tornare alla musica. Ci metterò tutta la mia determinazione».

I progetti per il 2020 restano quindi confermati?

«Assolutamente sì. Stavo lavorando ai due concerti dell’Innovatorio della prossima estate a Parma, uno alla Reggia di Colorno e uno alla Casa della Musica e al concerto alla Carnegie Hall di New York dove voglio portare due giovani italiani di grandissimo talento, la cantante Arianna Cleri e il pianista Cesare Panizzi. Non sarà facile ma intendo realizzarli tutti. Durante il colloquio, il dottor Verdano mi ha invitato a chiedergli se sarei tornato a suonare. Gli ho detto che non l’avrei chiesto, perché sono sicuro che tornerò a suonare».

 

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