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Cyber crime

«Pensavo fosse amore e invece era una sporca truffa»

21 ottobre 2019, 05:08

«Pensavo fosse amore e invece era una sporca truffa»

ANTONIO BERTONCINI

«Mi credevo furba, ho una certa esperienza di vita, ho fatto pure la sindacalista, insomma, ho le antenne dritte. Eppure ci sono cascata. E’ una specie di tela del ragno, che ti riacciuffa se cerchi di scappare, non ti dà scampo. La truffa affettiva ti avvolge, ti seduce, ti regala una sorta di euforia, un’illusione di grande benessere emotivo. Poi, quando riapri gli occhi, ti scopri raggirato, ti senti un pollo spennato, oscilli fra depressione e tentazione di ricadere nella dipendenza. Se poi ne parli vieni guardata con una sorta di compatimento misto ad ironia fuori luogo per la tua dabbenaggine, e ti senti ancora più in caduta libera, con il morale sotto i tacchi, hai paura di essere giudicata».

E' un fiume in piena Jolanda Bonino, torinese, fondatrice dell’associazione Acta (lotta al cyber crime contro le truffe affettive), che parla al convegno su «L’amore in tempi digitali e i suoi inganni», promosso da Lidap e «PsicoSfere – psicologia per tutti», con il patrocinio del Comune, condotto dalla psicologa Amalia Prunotto.

Ci mette la faccia, la Bonino. Lei stessa si definisce «prima vittima italiana certificata»: «I video sono abilmente contraffatti, la voce arriva dall’Africa, ma tu non lo sai, ti rubano il profilo, conoscono le tue abitudini e le tue debolezze, e ti cuciono addosso la truffa con l’abilità di un sarto che ti fa il vestito su misura. Mi hanno avvicinata con la scusa di chiedermi informazioni su un post, poi, un po’ la curiosità, un po’ le lusinghe, mi sono trovata a chattare con un uomo di 15 anni più giovane. Non mi interessava sviluppare una storia d’amore, per me era una finestra sul mondo. Alla fine però mi sono illusa, innamorata. E qui scatta la trappola, con richiesta di soldi per un’operazione urgente documentata da fior di certificazioni mediche, e la “garanzia” che poi arriveranno i rimborsi dell’assicurazione. Prima piccole cifre, poi sempre di più con i sensi di colpa che ti assalgono se non paghi. Ma i modi per raggirarti sono tanti, e sono personalizzati: si va dal classico “amore” alla pietà per un “figlio” che sostituisce quello che non hai mai avuto o che hai perso. Scatta una sorta di ludopatia. Per sentirti bene devi chattare, e per chattare devi pagare».

Secondo Acta, solo in Italia le vittime sono oltre 7.000, e l’associazione ha già documentato 80 milioni di euro inviati alle destinazioni più disparate, ma destinati in gran parte alla mafia nigeriana. Questa sarebbe solo la punta dell’iceberg.

A Parma sono 31 le vittime di truffe affettive che si sono rivolte ad Acta, ma nessuno sa quante siano quelle che si sono rinchiuse nel guscio della vergogna. Come funziona il meccanismo lo ha spiegato Ercole Rocchetti, inviato di «Chi l’ha visto», che per primo ha realizzato inchieste sulle truffe romantiche: «L’epicentro dei ricatti affettivi si trova nel triangolo fra Nigeria, Ghana e Costa d’Avorio, con la mafia nigeriana in cabina di regia». Là ci sono eserciti di ragazzi che inviano richieste di amicizia in tutto il mondo, rubando profili di persone fragili che mettono in rete la loro vita.

Bastano 45 foto per inventare una storia: si va dal generale americano innamorato in pericolo che chiede aiuto a quella che è diventata la donna del cuore, all’ingegnere che lavora nella piattaforma in mezzo al mare, alla storia del bambino che rischia di morire se non si trovano i soldi per l’intervento. Quando la vittima è matura scatta la trappola. Un sogno costosissimo, che alimenta traffico di droga e prostituzione fra l’indifferenza generale. E per i maschi in situazione di fragilità sentimentale ci sono le pornostar, che portano le vittime (di cui già conoscono tanto) in chat private, le inducono a mettersi in situazioni imbarazzanti e poi scatta il ricatto: mandano la mail minacciando di inviare il video alla moglie.

E i soldi no bastano mai. C’è persino chi arriva a rivolgersi agli usurai. La soluzione? Trovare il coraggio di chiedere aiuto e intraprendere una terapia.

 

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