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BANCAROTTA

Di Vittorio, la procura presenta il conto: 40 richieste di rinvio a giudizio

29 ottobre 2019, 05:08

Di Vittorio, la procura presenta il conto: 40 richieste di rinvio a giudizio

GEORGIA AZZALI

Operazioni spericolate più che investimenti per far crescere una cooperativa che avrebbe dovuto garantire i soci con case a canoni agevolati. E quasi 19 milioni di euro «evaporati». Eccola la storia della cooperativa fidentina Di Vittorio scritta dalla procura. Sono passati due anni dalla chiusura dell'inchiesta, portata avanti dalla Guardia di finanza: alcuni indagati si sono fatti avanti per farsi interrogare dagli inquirenti, altri hanno presentato memorie difensive, ma i pm Umberto Ausiello e Paola Dal Monte hanno deciso di chiedere il rinvio a giudizio per tutti. Quaranta gli imputati (uno nel frattempo è morto) che rischiano il processo, tra ex consiglieri d'amministrazione, membri dei collegi sindacali ed ex soci di società collegate. Tutti devono rispondere di bancarotta fraudolenta (ovviamente per i periodi in cui erano in carica), mentre a chi sedeva nei collegi sindacali viene contestata solo la bancarotta semplice. L'udienza preliminare davanti al gup deve ancora essere fissata, e in quel momento gli imputati riceveranno contestualmente la richiesta di rinvio a giudizio. Ma nel frattempo qualcuno potrebbe accordarsi con la procura per arrivare a un patteggiamento, facendo anche entrare un po' di soldi nelle casse del fallimento.

Perché i conti della cooperativa erano in rosso da anni, ma è stato il tribunale di Parma - il 2 gennaio 2015 - a scrivere il finale amarissimo della storia ultraquarantennale della Di Vittorio. Fallimento, con un passivo di oltre 67 milioni di euro. Lo stesso giorno i giudici hanno sancito anche la fine della società Polis, controllata dalla Di Vittorio, naufragata in un mare di debiti. Le sorti dell'una legate a filo doppio all'altro, con figure di primo piano nell'inchiesta che sono stati al vertice in tutte e due le realtà. Come Franco Savi, 76 anni, fidentino, numero uno della Di Vittorio dal 2006 al 2013, ma anche presidente di Polis dal 2007 al 2013. Tra i nomi noti della lunga lista degli imputati anche quello dell'ex sindaco di Salsomaggiore, Adriano Grolli, consigliere della cooperativa dal 2006 e fino al fallimento.

Un crac dichiarato quasi cinque anni fa, eppure la Di Vittorio aveva toccato il fondo ben prima: già dal 2008, secondo la procura, la cooperativa era in dissesto. Ma nessuno si preoccupò di alzare bandiera bianca portando i libri in tribunale. In particolare, il presidente Savi, in concorso con altri 31 consiglieri d'amministrazione, in carica dal 2006 al 2015, avrebbe distratto 16 milioni di euro dal patrimonio della Di Vittorio, dissipandoli per finanziare Polis (6,8 milioni) - che non era assolutamente in grado di rimborsare il debito (essendo già decotta dal 2008) - e per acquistare «dalla stessa Polis degli immobili a prezzi superiori ai valori reali», si legge capo d'imputazione, facendo uscire dalle casse della cooperativa altri 9,2 milioni.

Ma altri fiumi di denaro sarebbero stati investiti in acquisizioni che non avrebbero fatto altro che aggravare la situazione. In realtà, passaggi di soldi tra la cooperativa e la società. Nel dicembre 2008 la Di Vittorio acquista da Polis il complesso «Frati Minori» di via Cavour, a Salso, sborsando 4,2 milioni di euro. Ma non c'è alcuna valida ragione economico-finanziaria, secondo la procura, anche perché l'edificio è fatiscente. In realtà, scrivono i pm, l'operazione sarebbe servita per «permettere alla controllata Polis di registrare un'importante plusvalenza e di compensare parte del debito che quest'ultima doveva onorare verso la cooperativa». Uno sperpero anche l'acquisizione, tre anni dopo, del complesso immobiliare di via Carducci 21, a Fidenza: 5 milioni che la Di Vittorio fa finire nelle casse di Polis.

Ma anche la società controllata sprofonda in un abisso. Nell'aprile del 2008 vengono costituite le società AB1 Immobiliare e AB2 Immobiliare per poter costruire su due lotti di terreno a San Pancrazio, il cui acquisto era già stato opzionato nel 2005. Successivamente Polis acquista le quote delle due società «senza alcuna motivazione economico finanziaria e a distanza di un solo mese dalla costituzione», sottolineano i pm, sborsando 1.042.000 euro.

Pochi mesi dopo, un'altra operazione firmata da Franco Savi, numero uno di Polis, avrebbe fatto bruciare alla società atri 2,3 milioni. L'obiettivo sono sempre i terreni di San Pancrazio: prima dell'adozione del Piano operativo comunale, Savi e i proprietari dei terreni si accordano per l'acquisto. È così che alla fine delle trattative, pur avendo sborsato tutti quei soldi, Polis si trova proprietaria di un solo lotto che - scrivono i pm - «alla data del fallimento non aveva ancora il requisito dell'edificabilità e quindi di valore pari a circa euro 220.000».

E chi avrebbe dovuto controllare i bilanci? Non lo fece, secondo la procura. Facendo passare per veri dati taroccati.

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