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Intervista

Muccino: «Così racconto chi siamo»

02 novembre 2019, 05:04

Muccino: «Così racconto chi siamo»

FILIBERTO MOLOSSI

È il regista che abbiamo imparato ad amare grazie a «L'ultimo bacio», ma anche di un film che ha sbancato il box office americano come «La ricerca della felicità» e di pellicole che hanno saputo raccontare, con grande verità - da «Come te nessuno mai» a «L'estate addosso» - i desideri dei più giovani. Pochi come Gabriele Muccino hanno saputo definirci - e capirci - in modo così puntuale negli ultimi due decenni: un percorso cinematografico di cui il regista parlerà all'Euro Torri domani, dove alle 16.30 incontrerà il pubblico. E che ora trova sbocco ne «Gli anni più belli», il nuovo film in uscita il 13 febbraio, affresco su 40 anni di storia italiana, che ha per protagonisti 4 amici.

Da qualche giorno stanno circolando le prime immagini de «Gli anni più belli», il suo nuovo film che uscirà il prossimo 13 febbraio. Cosa ci può svelare? Si potrebbe definire un «C'eravamo tanto amati» del terzo millennio?

«No, io lo definirei fondamentalmente un grande affresco su 40 anni di storia italiana, che vede protagonisti 4 amici che escono sedicenni e diventano cinquantenni, attraversando tutte le fasi della loro esistenza, e tutte le insidie, i tradimenti, le amicizie, le passioni, le infatuazioni, e non ultimo anche il divenir genitori e fare i conti con la vita, che ogni individuo è in qualche modo costretto ad affrontare. Quindi è molto personale, ma riguarda moltissimi di noi se non tutti».

Il primo teaser mostra delle immagini di un matrimonio: e subito la memoria va a «L'ultimo bacio». C'è qualche relazione tra i due film a parte la presenza di Favino e Santamaria?

«Non ci sono relazioni particolari. Sono attori con cui lavoro da vent'anni, e Santamaria era protagonista addirittura del mio primissimo film girato nel '97, quindi siamo amici. E questo è solamente un contributo ulteriore, perché la chimica che si respira in questi quattro amici, di cui due sono quelli che tu hai citato, è un legame tangibile che crea una fortissima empatia verso di loro da parte dello spettatore».

Il titolo del film è quello di un brano inedito di Claudio Baglioni: perché ha scelto proprio una canzone di Baglioni? Cosa rappresentano per lei le sue canzoni?

«Beh, io credo che Baglioni sia uno dei cantanti più evocativi di questi ultimi 50 anni di storia. Io ne racconto 40, ma lui aveva già iniziato con delle grandissime hit alla fine degli anni '70. Ed è in qualche modo rappresentativo di una generazione, come quella che io racconto, per nulla ideologizzata, preoccupata di esistere e di affermare la propria identità nella vita, ma non legata a nessuno schieramento politico. Che era poi il motivo per cui Baglioni, in quegli anni, veniva snobbato, pur essendo il più popolare e il più conosciuto di tutti. Per cui, Baglioni diventa in qualche modo il cantante iconico per me in questo film, oltre al fatto che ha scritto una canzone che è veramente molto molto bella, e sarà un grossissimo punto di forza nella ego sensibilità poi anche di quello che il film racconta».

Ha lavorato a lungo in America, ottenendo – penso soprattutto a «La ricerca della felicità» – enorme successo: poi è tornato a «casa». Cosa le ha lasciato l'esperienza americana? Quanto è stata esaltante? E quanto, invece, dura, stressante?

«Mi ha lasciato un bagaglio enorme, che mi viene anche difficile da collocare, per la sua diversificazione degli anni che sono stati. Un bagaglio enorme di esperienza, di conoscenza, di esplorazione del mio mestiere, e quindi anche di crescita professionale impensabile. Ho visto davvero delle cose che mai avrei immaginato di vedere, e che all'epoca nessuno aveva avuto l'opportunità di conoscere così da vicino come io ho fatto in quei dodici anni.

Poi, dopo dodici anni, in cui ho fatto quattro film, ho avuto semplicemente un desiderio come Ulisse, di tornare a Itaca, e quindi di tornare lì al posto a cui io appartenevo e dove erano le cose che io volevo ancora raccontare, ovvero il nostro paese e chi siamo diventati. Cosa che ho puntualmente fatto sia in “A casa tutti bene” sia, ancor di più, visceralmente e a forma di saga, in questo ultimo film “Gli anni più belli”».

Domenica pomeriggio sarà a Parma, nella patria di Bernardo Bertolucci: cosa ne pensa di lui e del suo cinema? Le vostre strade si sono mai incrociate in qualche modo?

«Si, Bernardo l'ho conosciuto e l'ho incontrato più volte. C'è sempre stata una grande stima da parte sua nei miei confronti che lui mi ha sempre dichiarato, quindi non me la sono fabbricata con mia immaginazione (sorride, ndr), ma mi ha dichiarato una sorta di vicinanza, se non altro estetica anche, per il tipo di cinema che lui faceva, unendo alla grande opera verdiana, il suo modo anche barocco di usare la macchina da presa, e quindi di spingere la macchina da presa oltre certi confini, che hanno fatto del suo cinema una esperienza cinematica mondialmente importantissima. Ci siamo incontrati più volte, e poi il resto, ve lo potrò raccontare durante l'incontro che avremo domenica a Parma».

Una volta ha detto: «Il cinema è stato il mio modo di comunicare al mondo che avevo qualcosa dentro». Cos'ha dentro, oggi, Gabriele Muccino? E cosa vuole comunicare al mondo?

«Io sono cambiato da ragazzo sognante e insicuro che ero, in modo naturale, quando avevo quindici anni. Ma sono fondamentalmente ancora alla ricerca di qualcosa di nuovo da raccontare, in qualche modo per comunicare agli altri che esisto, che sono, che penso e che ho qualcosa da dire. Questa urgenza e necessità di raccontare qualcosa, si trasforma fondamentalmente, e unicamente anzi, nei film che faccio. Mentre con la parola, ho sempre sentito un grosso intralcio.

Io col cinema mi sento libero da ogni vincolo con la realtà, e libero di potermi esprimere fino in fondo, provocando, emozionando e stimolando il pubblico.

Quindi avendo un confronto diretto con il pubblico, che nella vita, mi sarebbe stato impossibile».

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