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Dramma

Quarant'anni fa l'esplosione del Cattani

13 novembre 2019, 05:04

Quarant'anni fa l'esplosione del Cattani

GIAN LUCA ZURLINI

Esattamente 40 anni fa, il 13 novembre del 1979, alle 14,30 un'improvvisa e devastante esplosione faceva letteralmente «sparire» i tre piani dell'ala Est del padiglione Cattani, provocando 21 vittime fra pazienti, parenti in visita, dipendenti dell'ospedale e di un'impresa di pulizie. Una tragedia devastante, che in un attimo fece sparire in una nube di polvere e calcinacci tre reparti di eccellenza degli allora Ospedali Riuniti, come si chiamava all'epoca il Maggiore: la Cardiochirurgia diretta da Franco Fesani, che ne occupava il secondo e terzo piano, la Gastroenterologia diretta da Germano Missale che si trovava al primo e la Rianimazione, guidata da Gastone Uleri, rimasta sotto le macerie degli altri piani. Tre vere eccellenze di quell'epoca della sanità parmigiana che vennero colpite da una tragedia senza precedenti e che colpì nel profondo il cuore di una città straziata dal dolore.

MASCOLO, CRONISTA AL LAVORO
In quel giorno uno dei primi ad arrivare sul posto del disastro fu Antonio Mascolo, all'epoca giovane cronista della «Gazzetta di Parma». E il suo ricordo di quei momenti è ancora nitido: «Abitavo a un centinaio di metri dal Cattani e avrei dovuto prendere servizio al giornale nel pomeriggio. Alle 14,30 sentii uno scoppio immenso, che i più anziani in seguito paragonarono a quello dei bombardamenti durante la guerra, e accorsi subito sul posto. Appena arrivato, mi trovai di fronte a una scena apocalittica, con macerie ovunque e un senso di desolazione accentuato dalla pioggia che cadeva incessante. Assieme a me arrivò anche Giovanni Ferraguti (fotoreporter della «Gazzetta» a cui appartengono le foto dell'epoca che vedete in queste pagine ndr), che si trovava al Maggiore per servizio a quell'ora e che documentò con i suoi straordinari scatti l'enormità di quanto era successo». Mascolo ricorda che «avvisai il giornale, anche perché all'epoca si comunicava solo con i telefoni fissi, parlando con il capocronista Ninni Cavalli. E ricordo che poi arrivarono da via Emilio Casa tutti i colleghi disponibili: Paolo Pedretti, Gianluca Bacchi Modena, Luciano Castaldini, Corrado Corti, Bruno Salati e Paolo Pernigotti e tutti assieme iniziammo a raccontare quello che vedevamo e raccogliere testimonianze». Mascolo chiude ricordando la sensazione provata in quei giorni: «La città era smarrita, Come mai nella sua storia del dopoguerra. Perché era tutto troppo grande, troppo doloroso, troppo inspiegabile, con troppo sangue e troppa paura. E noi, da cronisti, testimoni di una enormità, cercavamo di raccogliere informazioni per poterle poi fornire agli altri. Passammo pomeriggio, notte e giorno successivo in quel luogo diventato di morte e distruzione, con la conta di morti e feriti che sembrava non finire mai. Una notte fra le più buie di sempre per Parma, che però diede prova di una straordinaria solidarietà in un momento così terribile».

LA TRISTE CONTABILITÀ DEI MORTI
Per quasi tre giorni le squadre di soccorso lavorarono incessantemente, di notte sotto la luce di potenti fari installati nelle parti rimaste in piedi del «Cattani», per recuperare superstiti e corpi delle vittime. Alla fine la triste contabilità dei morti arrivò a 21 persone, con tre superstiti che miracolosamente vennero estratti vivi dal cumulo di macerie cui era ridotta l'ala Est del Cattani anche 18 ore dopo il tremendo scoppio avvenuto, come venne ricostruito in seguito, al terzo piano, probabilmente nel comparto operatorio della Cardiochirurgia.

LA «FERITA» ALLA SANITÀ
Nel giro di poche ore sia la Rianimazione che la Gastroenterologia ripresero l'attività di assistenza medica in collocazioni di fortuna. Diverso invece il discorso per la Cardiochirurgia, reparto all'avanguardia con strumentazioni sofisticatissime per l'epoca, tanto che molte fra le vittime ricoverate nel reparto provenivano da fuori Parma. Dopo lo scoppio l'attività riprese solo dopo alcune settimane, ma con fatica e ci vollero anni prima che la Cardiochirurgia, dopo diverse peregrinazioni, trovasse una nuova sede definitiva. Ma l'esplosione rappresentò un evento traumatico che interruppe bruscamente l'attività di uno dei migliori reparti del settore di tutta Italia.

LA FOLLA ENORME AI FUNERALI
In un'epoca dove le comunicazioni erano molto più ridotte rispetto a oggi, la notizia dello scoppio del «Cattani» e delle sue 21 vittime innocenti ebbe un risalto enorme in tutta Italia e arrivarono inviati di tutte le principali testate nazionali. Ma il momento più intenso fu quello dei funerali, celebrati dal vescovo Amilcare Pasini, coadiuvato da quasi tutti i sacerdoti della diocesi, in un Duomo dove erano state posizionate al centro della navata le 21 bare delle «vittime del Cattani». Una enorme folla, calcolata in almeno 50mila persone, partecipò alle esequie in una città ferma e con tutti i negozi chiusi per il lutto cittadino decretato dall'allora sindaco Aldo Cremonini. Il corteo con i 21 feretri attraversò tutto il centro cittadino partendo dall'Ospedale Maggiore avvolgendo tutta la città nel silenzio e nella commozione per un evento tragico e senza spiegazioni apparenti che aveva coinvolto proprio quello che era invece il luogo di cura delle persone. In un'epoca non ancora dominata dai social e dai «selfie» a vincere furono il rispetto per le persone morte senza colpa e il dolore, immenso, per una tragedia che colpiva la vita di tutta la comunità parmigiana e a cui nessuno si sentiva in quei momenti estraneo.

NESSUN COLPEVOLE
Nei mesi e negli anni successivi l'inchiesta giudiziaria, pur se lunga e accurata, non trovò nessun responsabile per quel tragico scoppio. Le uniche certezze raggiunte riguardarono il luogo dello scoppio, al terzo piano nell'area delle sale operatorie di Cardiochirurgia a quell'ora fortunatamente non in attività, e la causa, vale a dire una miscela di gas che combinati assieme per motivi mai chiariti, provocarono la detonazione. Una tragedia senza colpevoli o condannati e che rimane dolorosa, anche a distanza di 40 anni, proprio per la sua assurda banalità, capace però di seminare morte e distruzione in un luogo di cura.

LA LAPIDE DEL RICORDO
A distanza di 40 anni è la Fondazione Sodales che, con varie iniziative, tiene vivo il ricordo di una tragedia che per qualche tempo era stata quasi rimossa dalla memoria collettiva della città, forse perché troppo grande per essere accettata. Una memoria che ora vive nella lapide collocata davanti all'ingresso del Maggiore di via Volturno e nel «bosco del ricordo». Perché, anche a 40 anni di distanza, la «ferita» subita da Parma in quel 13 novembre del 1979 resta ancora aperta. E non può, non deve, cadere nell'oblio dovuto al trascorrere del tempo. L'ala Est del Cattani è stata ricostruita, ma le vite umane perse quel giorno non sono ritornate. E meritano di non essere dimenticate. Mai.

LA TESTIMONIANZA

GABRIELE BALESTRAZZI Come una cicogna dall'ala spezzata. L'ospedale che dà la vita e spesso la restituisce, a volte riprendendola miracolosamente per i capelli, era lì davanti a me sventrato: ferito ed agonizzante. Il Maggiore, casa della cura, si era trasformato in luogo di morte e il Cattani esploso ci riproponeva nel luogo più impensabile le scene che avevamo purtroppo imparato a conoscere in quel decennio tra banche, piazze, treni. Ma se là c'era di mezzo l'orrenda crudeltà di gente senza cuore, qui il dolore si mescolava all'incredulità con tutte le domande che ci saremmo trascinati nei decenni, senza mai avere risposta e senza avere giustizia. Quale errore, quale fatalità, quale mancata regolamentazione aveva provocato quello squarcio e quella strage che anche il cielo piangeva, in quel mattino di novembre in cui da lontano – e in un silenzio surreale – vedevo macchine muoversi e uomini scavare, nella speranza di un miracolo tra le macerie? La notizia era arrivata sul nascere del pomeriggio precedente. E oggi che siamo abituati a vivere tutto in diretta su tv, pc e smartphone, sembra quasi impensabile che le notizie corressero allora solo sul filo del telefono e sui fogli delle telescriventi, che di fianco al centralino della Gazzetta sputavano metri e metri di carta che raccontavano il mondo e che poi le forbici dei fattorini dividevano e indirizzavano agli Interni ed Esteri, allo Sport, agli Spettacoli… Ma alla consueta frenesia del giornale, quel giorno arrivando in via Casa vidi sovrapporsi l'immagine di un formicaio impazzito, eppure ordinatissimo. Scoprii in quel giorno triste la forza vera di una straordinaria Gazzetta di provincia. Vidi, accanto alle puntuali indicazioni di Baldassarre Molossi e Aldo Curti, l'efficacissima e quasi delicata regìa del capocronista gentiluomo Ninni Cavalli: inviare, indicare, distribuire il lavoro senza poter vedere il luogo e appunto senza la comodità dei telefonini, evitare sovrapposizioni e doppioni nel lavoro dei cronisti… Questo vidi nel susseguirsi di ore drammatiche e aggrovigliate, con una squadra che in quel tragico caos riusciva a muoversi all'unisono. Un giorno tristissimo che al contempo mi mostrava l'importanza di un mestiere che pochi mesi prima mi aveva fatto condividere una grande festa della città (la promozione in serie B dopo lo spareggio col Vicenza) e che ora chiamava la Gazzetta al suo ruolo, privato e pubblico insieme. L'avrebbe sintetizzato, all'indomani, una prima pagina scura e cupa, nella quale il titolo in rosso «Parma piange i suoi morti» che si impastava sul bianconero della foto a tutta pagina sembrava sintetizzare anche visivamente un giorno di pioggia, di sangue e di angoscioso dolore. In quelle ore, anche noi giovani «abusivi» come si diceva allora perché frequentavamo la redazione senza farne parte, fummo destinati a qualche compito che sollevasse i giornalisti veri da altre incombenze. E ancora sembra di parlare di un secolo fa, se si deve spiegare che il mio incarico era quello – dopo avere orecchiato gli aggiornamenti che affluivano in redazione dai cronisti che man mano rientravano o da chi telefonava dalle cabine a gettone – di riferire ai tanti quotidiani che dalle più svariate città chiamavano a ripetizione per avere aggiornamenti, in assenza di dirette tv o del web che solo 12 anni dopo avrebbe mosso i primi incertissimi passi. Verso sera uscirono anche i nomi delle vittime: e la presenza di due bresciani indusse il quotidiano Bresciaoggi a chiedere un vero e proprio articolo. Ma se la firma in prima pagina è il sogno di tutti gli aspiranti giornalisti, quella prima «prima pagina» sul giornale bresciano era ovviamente senza la minima gioia, sovrastata dalla tristezza della nostra città ferita a morte. Di quella tristezza, il giorno dopo, oltre al silenzio che sembrava avvolgere tutta Parma, mi colpì un particolare che ricordo sempre: le tante donne in fila in Oltretorrente davanti ai botteghini del gioco del Lotto. Mi colpì e subito un po' mi deluse, quella scena che sembrava richiamarmi altre tradizioni a noi estranee. Ma avvicinandomi capii che non c'era mancanza di rispetto: era come se ai numeri e ai simboli si affidasse, accanto al dolore che era di tutti, la voglia di una spiegazione, di un perché. Quel perché che 40 anni dopo aleggia ancora, sospeso come mille altre scandalose pagine italiane di non-giustizia. Anche per questo, oltre che per il dovere che abbiamo verso vittime e familiari, è consolante che qualcuno abbia voluto affiancare alla lapide dei nuovi alberi, simbolo di speranza. Ed è una piacevole sorpresa che due anni fa, rivedendo pagine e foto della Gazzetta di quel triste novembre, un gruppo di studenti aspiranti giornalisti provenienti soprattutto da altre città abbia sentito la curiosità di dedicare un laboratorio-inchiesta proprio a quella tragedia, lontana da loro e dal loro tempo. Perché il futuro, per la sicurezza ospedaliera, per la giustizia e per lo stesso giornalismo, sarà tanto migliore quanto più sapremo esercitare e coltivare il rito della memoria.

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GIAN LUCA ZURLINI Esattamente 40 anni fa, il 13 novembre del 1979, alle 14,30 un'improvvisa e devastante esplosione faceva letteralmente «sparire» i tre piani dell'ala Est del padiglione Cattani, provocando 21 vittime fra pazienti, parenti in...

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