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CRIMINALITÀ

Io, cronista derubata: dai furti raccontati a quello vissuto

17 novembre 2019, 05:04

Io, cronista derubata: dai furti raccontati a quello vissuto

MONICA TIEZZI

Alla fine è successo. Dopo aver scritto, da cronista, di decine di furti, i ladri hanno visitato il mio appartamento in città. È successo martedì scorso, fra le 18 e le 19,30.

Professionisti, niente da eccepire. Hanno scalato i piani del condominio arrivando fino all'ultimo, il mio, arrampicandosi sui tubi del gas grazie a fascette di plastica che abbiamo ritrovato a terra. Poi hanno avuto gioco facile ad aprire una finestra e sono entrati.

Un lavoro pulito, rapido. Una vicina ha detto di aver sentito il rumore di quello che ha creduto fosse un trapano ma non gli ha dato peso: forse qualcuno sta montando un mobile, ha pensato. Invece era un flessibile che affettava come un panetto di burro lo sportello della cassaforte a muro. Spariti i gioielli, i passaporti, il libretto degli assegni e anche la chiave di scorta della porta blindata. Tanto che, beffa nella beffa, ho dovuto cambiare anche la serratura di quella, che era rimasta intatta.

Sono rimasti in cassaforte solo i certificati elettorali. Ho pensato, nello choc iniziale, che fosse una «cortesia». Poi ho riflettuto che probabilmente è solo un caso.

Non ci sono stati vandalismi gratuiti (ulteriore prova della professionalità della banda), solo i soliti cassetti a soqquadro nelle camere e nel soggiorno. Del resto, i miei oggettini d'oro erano in bella vista sul comò, serviti su un piatto d'argento.

Finito il lavoro, i ladri sono scesi da dove erano saliti. Nessuno ha visto nulla.

Per consolarmi, ho cercato di pensare a cos'altro sarebbe potuto accadere. Mio figlio, che ha scoperto il furto, ha schivato la banda per una manciata di minuti. Quando è entrato la cassaforte era ancora calda, puzza di bruciato insopportabile. A terra, oltre allo sportello divelto, una coltre di polvere di ferro. Meno male che mio figlio non ha dovuto fronteggiare i ladri, meno male che non si sono accaniti sui mobili, meno male che non hanno spaccato il vetro della porta-finestra, mi sono detta.

Gli agenti della Volante della polizia sono stati solleciti e competenti. È venuta anche la scientifica che ha scattato foto. «Venga nei prossimi giorni in questura a fare formale denuncia», mi hanno detto.

Non ho avuto una reazione chiara all'inizio, non ho avvertito il senso di violazione che tanti riportano. I vicini sono stati solidali: ci hanno abbracciato e invitato a cena. Poi ci siamo messi a pulire casa.

Il peggio è arrivato il giorno dopo, quando ho dovuto fare l'elenco delle cose rubate: ogni ciondolo un ricordo, ogni anello un regalo, ogni collana un'occasione speciale. Ogni ninnolo impastato di emozioni e affetti.

L'ispettore della questura che ha raccolto la denuncia è stato paziente e sensibile. Anche quando è arrivato il momento più duro: cercare di ricordare chi negli ultimi tempi è entrato in casa. Perché tutti a quel punto diventano sospettati: quel tecnico gentile della tv, l'artigiano pacioso che ha fatto un preventivo, persone che credevi amiche, ma ora dubiti. Ti improvvisi detective della tua vita. Scopri cose sgradevoli, a volte choccanti. Il mondo improvvisamente è un luogo pericoloso, in cui guardarti le spalle. È questo il vero furto: venir depredata della fiducia nel prossimo, nelle persone care.

Ho cercato di uscire da questa paranoia confidandomi e ho scoperto che siamo una città (un Paese) di derubati. «È successo anche a me», mi sono sentita dire spesso.

Per superare lo sconforto mi sono rifugiata proprio fra le mura della mia casa violata. Ha ragione quel boss della camorra (uno che di furti di sicuro se ne intende) quando consigliava ai suoi picciotti di investire in case, «pecché chille nisciuno te le po' arrobbà».

Alla fine, ho archiviato la faccenda con l'ironia, arma formidabile contro gli sgambetti della vita. Ho deciso di non rimuovere la cassaforte sventrata, rimasta incassata nel muro. Mio figlio, prima di ricoprirla con un quadro, ci ha appeso dentro un post-it giallo: «Spiacenti, siete arrivati tardi».

 

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