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EMERGENZA PIENE

«Alluvioni, sarà sempre peggio. Più cura per fiumi e torrenti»

19 novembre 2019, 05:03

«Alluvioni, sarà sempre peggio. Più cura per fiumi e torrenti»

PIERLUIGI DALLAPINA

Neve e black out in Appennino, sottopassi e scantinati allagati in città. L'ondata di maltempo del fine settimana ha seminato danni anche a Parma e provincia, dopo aver causato devastazioni ben più gravi in giro per l'Italia: Venezia sott'acqua, allagamenti da Reggio Emilia alla Riviera, fiumi che fanno paura in Toscana a partire dall'Arno e frana in Val Pusteria, con tanto di bosco in fiamme per gli alberi caduti, per il peso della neve, sui fili dell'elettricità. Insomma, anche questa volta, ha piovuto tanto e il giorno dopo è un bollettino di guerra. «E sarà sempre peggio. I forti acquazzoni, chiamati bombe d'acqua, non possiamo più considerarli eventi eccezionali e dato che sul territorio manca la manutenzione, i loro effetti saranno sempre più gravi perché colpiranno zone che sono già degradate». L'allarme arriva da chi, per lavoro, studia la fragilità dell'Italia e i modi per metterla al riparo dalle emergenze, ma anche come riuscire a gestire le crisi quando l'uomo non può nulla contro la forza della natura.

«Il rischio alluvioni aumenterà entro la metà del secolo e i fenomeni più intensi si verificheranno una volta ogni dieci anni, mentre fino ad ora si verificavano in media una volta ogni 16 anni», avverte Francesco Peduto, presidente del consiglio nazionale dei geologi, l'esperto ricercato dai giornali di tutta Italia nel tentativo di capire come provare a salvare il Belpaese dai danni causati dal clima impazzito.

«Nel 2017 l'Ispra ha recensito 800mila frane in tutta Europa. Di queste, 630mila sono in Italia. Non ci saranno mai abbastanza soldi per stabilizzarle tutte», ammette intervistato dalla Gazzetta di Parma, suggerendo poi, per l'ennesima volta, l'importanza della prevenzione in un Paese che, al contrario, si muove solo in caso di emergenza. «Se invece di riparare i danni ogni volta, cercassimo di prevenirli, spenderemmo circa dieci volte di meno. È per questo che serve un piano pluriennale di intervento», suggerisce ricordando, allo stesso tempo, che a fare la differenza sono anche i piccoli gesti, come la pulizia dei corsi d'acqua dalle piante che crescono lungo l'alveo dei fiumi e dei canali. Compresi quelli che scorrono in città, come dimostrano le foto paradossali scattate sia lungo la Parma (a monte e a valle di ponte Caprazucca) che nei pressi di Gaione.

«Se uno o più alberi crescono al centro del corso d'acqua, quella è vegetazione che può e deve essere tagliata, magari approfittando delle magre estive», spiega, facendo poi un esempio molto frequente. «Se durante una piena cade un tronco che poi va ad ostruire l'arcata di un ponte, quel tronco va rimosso».

Il presidio territoriale è una strategia che può prevenire molti disastri, peccato che la politica, spesso, ci metta lo zampino. «In Campania, dopo la frana di Sarno, sono stati formati geologi e ingegneri grazie a fondi europei per fare presidio territoriale a fini di protezione civile. I presidianti sono stati formati, ma non vengono utilizzati. E questo perché è una cattiva abitudine italiana quella di disfare ciò che ha fatto chi ci ha preceduto». Lo scenario però è impressionante: «Dal dopoguerra ad oggi i danni hanno superato i 60 miliardi. L'Ocse ha calcolato che dal '63 al 2012 circa 800 Comuni hanno subito inondazioni e frane con danni ingenti e a volte anche vittime». Della serie: il campanello d'allarme è suonato da un pezzo e continua a suonare tutte le volte che piove.

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