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RICICLAGGIO

Traffico di super auto, in sei a processo. E due patteggiano

20 novembre 2019, 05:06

Traffico di super auto, in sei a processo. E due patteggiano

GEORGIA AZZALI

Auto che sparivano. E improvvisamente riapparivano con una nuova «identità». Pronte per essere consegnate ai papabili acquirenti. Nessuna magia. Ma un'operazione di riciclaggio, condita da truffe e falsi. Otto gli imputati finiti ieri davanti al gup Mattia Fiorentini: 6 sono stati rinviati a giudizio, mentre due hanno deciso di chiudere subito i loro conti. Il primo, 35 anni, marocchino, ha patteggiato 2 anni e 800 euro di multa; 1 anno e 4 mesi (oltre a 600 euro di multa) per l'altro, 41enne, parmigiano. A tutti e due è stata concessa la sospensione condizionale della pena, oltre alla non menzione.

Una costola della grande inchiesta «Tacka», lo slang russo per definire i veicoli e captato durante le intercettazioni. L'operazione, portata avanti dalla polizia stradale e coordinata dal pm Paola Dal Monte, nel 2014 portò all'arresto di 12 persone e alla denuncia di altre 108.

Gli imputati finiti sotto processo ieri? «Fratelli minori» di quelli coinvolti in «Tacka», ma interessati allo stesso business. Auto, seppure non utilitarie. Meglio puntare su quelle costose: Porsche, Mercedes, Bmw, Audi, Range Rover. Bravi anche a trovare le persone disposte a consegnare i macchinoni: persone, a volte, con qualche debito di troppo, comunque pronte a consegnare l'auto dopo il pagamento di un prezzo inferiore a quello del valore di mercato ma immediatamente cash. Vetture che spesso erano in leasing e di cui subito dopo veniva denunciato il (finto) furto.

Le auto, però, andavano «ripulite» per poi tornare sul mercato. Per poter essere riacquistate da clienti, attratti anche dal prezzo sicuramente più concorrenziale rispetto a quello di listino. Nel filone principale di «Tacka», due erano le organizzazioni in campo: da una parte, russi, lituani, georgiani, ma anche campani e sinti italiani; dall'altra, soprattutto marocchini da tempo con base in Italia. Il primo gruppo portava le vetture fuori dai confini nazionali, in altri Paesi dell'Unione europea, dove - grazie alla procedura semplificata prevista in ambito comunitario - riuscivano a ottenere targhe e documenti esteri originali. Spesso scattava una serie di cessioni fittizie, in modo da rendere praticamente impossibile l'identificazione delle vetture, che poi venivano trasferite soprattutto sui mercati dell'Est Europa.

Più o meno allo stesso modo si muoveva la seconda banda: dopo aver avvicinato i proprietari (o spesso i locatari) delle macchine, li convincevano a denunciarne il furto, poi le auto finivano soprattutto in Africa e Nord Europa. Prima, però, venivano portate in Germania, Belgio e Inghilterra, dove era possibile seguire la semplice procedura comunitaria per lo sdoganamento e l'esportazione al di fuori dell'Unione europea. I falsi certificati di proprietà? Spesso compilati a regola d'arte, perché fatti con stampati originali, nella maggior parte dei casi rubati in bianco dagli uffici del Pra o da agenzie di consulenza.

Un affare milionario, quello targato «Tacka». Ma anche gli uomini di questo filone sapevano come muoversi. Lungo le stesse strade del riciclaggio (e della truffa).

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