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'NDRANGHETA/1

«Il prestanome dei Muto? Un ingegnere parmigiano»

21 novembre 2019, 05:08

«Il prestanome dei Muto? Un ingegnere parmigiano»

GEORGIA AZZALI

Sapersi muovere nell'ombra. Bravissimi, i fratelli cutresi Antonio e Cesare Muto, a onorare il precetto della bibbia di 'ndrangheta. Nel 2013, appena due mesi dopo dall'aver ricevuto l'interdittiva antimafia, sarebbero riusciti a rigenerarsi creando la società Cospar srl finita ieri sotto sequestro, dopo un'operazione del Ros e dei carabinieri di Modena coordinata dalla Dda di Bologna. Una ditta di trasporti e viaggi, con sede legale a Parma, in via Repubblica 41, e il parco mezzi a Gualtieri. Certo, i Muto si sono ben guardati dal metterci il nome, visto che in particolare Antonio (classe 1971, in cella da giugno e da anni con casa a Reggio) era già sotto i riflettori degli investigatori e poi è stato condannato (in primo grado) per associazione mafiosa e reati vari nel processo «Aemilia» a 8 anni e 6 mesi nel procedimento ordinario e a 12 anni nell’abbreviato. Ma i fratelli avrebbero trovato di chi fidarsi, secondo gli inquirenti: Salvatore Nicola Pangalli, 48 anni, natali a Crotone, ma già dai tempi dell'Università a Parma, dove si è laureato in Ingegneria, e uno studio in via Tommaso Gulli. Lui, l'intestatario delle quote della Cospar, ma solo una testa di legno, tanto da finire sul registro degli indagati per intestazione fittizia di beni, con l'aggravante di aver favorito l'associazione mafiosa.

Insomma, l'ingegnere non avrebbe tirato fuori un euro di tasca sua, ma i soldi per la costituzione della Cospar sarebbero arrivati da alcune società dei Muto facendoli transitare sui conti di una «cartiera». Una società schermo, che viene spesso interposta tra chi cede e chi acquista, quando si vogliono mascherare i reali soggetti in campo. Gli uomini di «Aemilia», come ha dimostrato la sentenza del tribunale di Reggio Emilia, erano diventati dei veri specialisti, soprattutto quando si dovevano mettere in piedi maxi frodi ai danni del fisco. E anche la Cospar sarebbe stata «battezzata» così.

A Parma sono stati «congelati» anche alcuni conti correnti, sempre riconducibili ai fratelli Muto. Ma la seconda fase dell'operazione «Grimilde», dopo il primo atto lo scorso luglio, ha portato al blocco di una miriade di beni mobili e immobili anche nelle province di Reggio, Mantova e Crotone, per un valore totale di oltre 9 milioni. Nel mirino, soprattutto, società di trasporti e immobiliari, il fulcro del business dei Muto: 5 le ditte finite nelle maglie dei sequestri, con un fatturato di circa 3 milioni e mezzo nel 2017 e un patrimonio netto di oltre 1 milione. Stessa sorte anche per 12 immobili, tra cui due capannoni industriali), tre case e due ettari e mezzo di terreno, comprati per circa 3 milioni. Sequestrato anche un grande parco veicoli, per un valore complessivo di 1 milione mezzo: 92 i mezzi in totale, tra cui 5 autobus e vari semirimorchi, oltre a una Maserati. Nelle banche, poi, sono stati bloccati complessivamente oltre 100mila euro.

D'altra parte, i Muto - secondo quanto ricostruito dai carabinieri - sarebbero stati i veri titolari di oltre 700 conti correnti che consentivano ai due fratelli di mandare avanti varie imprese sparse dal Nord al Sud. Occulti eppure molto presenti, i Muto, nelle loro società. Ogni decisione doveva ottenere il loro via libera, secondo gli inquirenti. I titolari formali delle aziende? Pagati solo per fare da prestanome.

Tutto secondo lo stile 'ndranghetistico. E sempre per portare avanti gli affari della cosca Grande Aracri, collegata con la casa madre di Cutro ma anche del tutto autonoma nel muoversi nel territorio emiliano. Dopo la maxi operazione «Aemilia» del gennaio 2015, i blitz sono continuati. Lo scorso giugno altre 9 persone sono finite in manette, tra cui Francesco Grande Aracri, fratello del boss Nicolino, i figli Paolo e Salvatore e Antonio Muto. L'uomo che - con i contatti giusti - ha continuato a fare affari anche dopo l'interdittiva antimafia.

 

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GEORGIA AZZALI Sapersi muovere nell'ombra. Bravissimi, i fratelli cutresi Antonio e Cesare Muto, a onorare il precetto della bibbia di 'ndrangheta. Nel 2013, appena due mesi dopo dall'aver ricevuto l'interdittiva antimafia, sarebbero...

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