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LA STORIA

Il negoziatore dei carabinieri: quando la parola è l'arma più potente

21 novembre 2019, 05:03

Il negoziatore dei carabinieri: quando la parola è l'arma più potente

MICHELE CEPARANO

Un carabiniere che non arresta, ma salva. Che non ordina di scendere a gente che, su un cornicione, un muro o un viadotto, vuole farla finita con la vita, ma li convince a scendere. Che non spara, ma parla. È il negoziatore, una figura istituzionalizzata dal 2010 dall'Arma. A Parma ha il volto di un militare che ha dalla sua non solo la grande esperienza - 53enne, parmigiano, trent'anni di servizio (per ovvi motivi di riservatezza il nome resta «top secret»), è luogotenente del Nucleo investigativo comandato dal maggiore Giovanni Martufi - e umanità, ma che da tempo studia, si aggiorna e si esercita assieme a colleghi di tutta Italia. Il suo ruolo e, specialmente, la sua qualifica di negoziatore, è tornata alla ribalta della cronaca quando, la settimana scorsa, assieme ai suoi colleghi ha salvato un giovane di origine straniera che, su un viadotto sull'allacciamento tra la A15 Parma-La Spezia e l'A1 nel comune di Fontevivo, minacciava di buttarsi di sotto.

«Eravamo a Parma fuori per servizio - torna a quei momenti difficili - e siamo arrivati in una decina di minuti. Non ero solo, ma assieme alla mia squadra che si occupa di furti e rapine. Così siamo andati là con tutto il team». Il team di negoziatori perfetto dovrebbe infatti essere composto da quattro persone, ognuno con un ruolo. «Spesso vado da solo - riprende - e mi avvalgo di chi è già sul posto. Ma questa volta eravamo proprio in quattro e sul posto siamo stati aiutati dai colleghi della Compagnia di Fidenza. È stata ugualmente durissima. Forse il caso più difficile che ho affrontato».

Quel ragazzo in bilico sul viadotto, non solo non parlava quasi una parola di italiano. Non parlava affatto.

«È rimasto zitto per oltre un'ora - sospira il negoziatore -. È stato perciò molto importante un suo connazionale che si trovava al lavoro in autostrada, che si è offerto e ci ha aiutato con la lingua».

Il fatto di sentire il suo idioma forse ha aiutato quel giovane ad aprirsi. «Da lì - prosegue -, con le poche informazioni che ci ha fornito, abbiamo iniziato a fare ricerche su di lui arrivando al suo nome». La negoziazione è durata due ore, più che un'eternità. Sotto la pioggia battente «il ragazzo tremava e stava sul parapetto con le mani in tasca». Poi, è stato trovato un «gancio», ciò che, in gergo, permette di «entrare» in un argomento. E parlare. La forza invincibile della parola.

«Tutto serve in certe situazioni - spiega -: parlare di un familiare, un animale, un viaggio». Nonostante la pioggia, un raggio di sole. Il giovane accetta di tornare «dall'altra parte». Grazie a lui e agli altri carabinieri che l'hanno supportato.

Negoziatore dal 2012, unico in provincia, il luogotenente in questi anni ha dovuto intervenire una ventina di volte.

Dall'altra parte sempre persone con problemi psichici o che stavano attraversando una profonda crisi. «È sempre andata bene» dice a bassa voce. La scaramanzia infatti in certi casi è d'obbligo. Come quella «parola magica» che un negoziatore deve sempre avere in testa. «È “dipende” - sorride -, perché un caso non è mai uguale a un altro».

Salvare vite è sempre una corsa contro il tempo. Contro tutto. Lui lo sa bene dal momento che quest'estate, sotto un sole che spaccava le pietre, era nel carcere di via Burla, assieme al suo comandante, a cercare di convincere a scendere un marocchino e un tunisino che erano saliti su un tetto per protesta. «Erano a sette-otto metri di altezza - racconta -, da qualche ora sotto il sole. Siamo saliti grazie ai vigili del fuoco, abbiamo parlato con quei due detenuti. Uno l'abbiamo convinto subito, con l'altro è stato più difficile. Ma sono scesi entrambi, questo è quello che conta».

Qualche mese prima a Fontanellato il militare aveva persuaso un giovane, barricato nel suo appartamento e armato di coltello, ad aprirgli la porta.

Nel modus operandi del negoziatore c'è quello che gli impone di cercare di non usare mai la forza. Quest'ultima è infatti l'extrema ratio.

«Mai afferrare uno che minaccia di suicidarsi - dice - perché, nella sua mente, potrebbe suonare come un invito a riprovarci. Deve, invece, desistere volontariamente. La forza, ripeto, può essere controproducente». A volte, però, è necessaria. «Dipende...» sorride. Un'altra giornata che non dimenticherà è, infatti, quando è dovuto intervenire nel Piacentino, dove c'era un ragazzo asserragliato in una casa di campagna. «Una situazione esplosiva - rammenta il carabiniere - dal momento che il giovane aveva con sé una balestra e dei fucili». Tra i militari e lui un muro, attraverso cui il luogotenente parlava. «In questo caso - aggiunge con un pizzico di amarezza - abbiamo usato la forza. Il pericolo che facesse male e sé e a qualcun altro era troppo alto».

Tempo di bilanci. «Quest'anno ho fatto tre interventi - afferma - e devo dire che si impara sempre qualcosa».

Il momento più bello? «Quando pensi “Questo lo portiamo a casa”. È una soddisfazione superiore a un arresto». E dopo? «Io ho l'abitudine di chiamare per sentire come vanno le cose - rivela - e capisco che per loro sono diventato un punto di riferimento perché li ho ascoltati quando avevano bisogno. Loro erano come al buio. Credo che non ti dimentichino. Dopo la crisi, infatti, chiedono di te e percepisci che sei stato una persona importante per loro. Questo è il più bel ringraziamento». E la paura? «Quella è una cosa buona, utile - conclude -. Il panico, invece, è dannoso». Ma il vero segreto è, oltre a trovare le parole giuste, anche «saper ascoltare. Noi carabinieri forse siamo adatti perché cominciamo in provincia. E cosa insegna la caserma del paesino, dove spesso si inizia da giovani? Insegna ad ascoltare le persone».

 

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