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INTERVISTA

Vittorio Storaro, il «genio della luce» di Bertolucci

22 novembre 2019, 05:01

Vittorio Storaro, il «genio della luce» di Bertolucci

FILIBERTO MOLOSSI

«Avevamo 22-23 anni, qui a Parma, sul set di “Prima della rivoluzione”. Io allora ero solo un assistente, lui un ragazzo al secondo film. Poteva finire lì: ma, oltre alle cose che avevo fatto dopo, gli era piaciuta la passione che mettevo in quello che facevo. Così tempo dopo mi chiese se volevo collaborare ancora con lui: il film era “Strategia del ragno”. Da lì in poi abbiamo fatto un bel pezzo di strada insieme: 25 anni...». Perché alla fine comunque la vuoi vedere è sempre Bertolucci-Storaro, Storaro-Bertolucci.

E' un signore che ha vinto tre Oscar, passato da «Apocalypse Now» di Coppola all'ultimo film di Woody Allen, «Un giorno di pioggia a New York» (in uscita la prossima settimana), il genio della luce più amato dai maestri: ma non c'è autore a cui sia più grato e legato del suo amico Bernardo Bertolucci. Per questo, ieri, Vittorio Storaro, uno dei più grandi autori della fotografia della storia del cinema, è tornato a Parma («qui, al Palace Hotel Maria Luigia, nello stesso albergo dove sono rimasto un anno per “Novecento”»...): per mettere le basi di un progetto - presentato all'ultima Mostra di Venezia - che vuole rendere omaggio al regista di «Ultimo tango a Parigi». «Sopralluoghi», dice. Stavolta però non quelli per un film: ma per trovare il luogo adatto a contenere un'idea affascinante e ambiziosa.

Di cosa si tratta?

«Sto cercando una location per ospitare “Bertolucci-Storaro”, una grande mostra - da inaugurare l'anno prossimo - che racconterà la mia collaborazione con Bernardo e che sto realizzando con Tecnoitalia e la direzione artistica di Vittorio Giacci. Si tratta di un'esposizione di grandi fotografie che ho scattato sui set in cui abbiamo lavorato insieme: sono fotografie particolari, che utilizzano una doppia impressione, un metodo che mi permette di unire insieme più immagini, dando loro un senso cinematografico. Dalla mostra, che verrà curata dai miei figli, nascerà un libro fotografico. Ma c'è di più: stiamo lavorando per trasferire i dieci film che ho fatto con Bernardo in un supporto che ne conserverà l'integrità per mille anni. E' una rivoluzione mondiale: si tratta di un sistema scoperto in America che utilizza materiale che veniva usato sulle astronavi. Gli unici film italiani, in tutto il mondo, conservati in questo modo saranno quelli di Bertolucci: e troveranno posto qui a Parma. E' interesse della città fare crescere questo progetto: chi vorrà vedere questi film dovrà venire qui. E' il mio modo per solidificare, eternare, il mio viaggio fatto insieme a Bertolucci: ne ho il tempo e la forza».

Qual è secondo lei la grandezza di Bertolucci?

«L'intelligenza di avere capito che se avesse fatto il poeta - come sembrava intenzionato all'inizio - avrebbe avuto sempre l'ombra di suo padre Attilio addosso. Così non ha seguito le orme paterne, come poteva aspirare a fare, ma ha cercato di scrivere la poesia con la macchina da presa: traduceva parole in immagini. In questa maniera, col cinema. ha trovato il suo modo di fare poesia. Non c'è mai stato un regista che come lui ha scritto il cinema in un modo così poetico. Ho avuto la fortuna di incontrarlo da giovane e di crescerci insieme».

Che tempi erano?

«Molto diversi da questi: all'epoca il cinema era in espansione. C'erano grandissimi personaggi come Fellini o Antonioni, altri grandi registi e giovani bravissimi che emergevano come Bertolucci, Bellocchio, la Cavani. Si giravano film straordinari: Coppola mi chiamò a lavorare con lui perché aveva visto “Il conformista”. Era esterrefatto - mi disse - che un piccolo Paese come il nostro avesse così tanti grandi registi».

Con Bertolucci avete girato il mondo ma alla fine tornavate sempre a Parma...

«E' così: qualunque progetto fosse in ballo si passava sempre da Parma. Per un motivo o per l'altro Bernardo tornava sempre qui. Persino per “L'ultimo imperatore” è successo: anche se andavamo a fare un film in Cina, finiva che dovevamo girare qualche scena anche da queste parti...».

Qual è il film che ha girato con Bertolucci a cui è più legato?

«In realtà i film che ho fatto con Bernardo è come se fosse un film solo: sono le pagine di uno stesso libro, le note di una medesima sinfonia. Non si può scegliere. E' un solo film, il film più bello: il film della nostra vita. Ogni cosa che facciamo è per cercare di capire chi siamo: comprendiamo il senso della vita grazie alla nostra professione. E a volte ci pagano pure».

 

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FILIBERTO MOLOSSI «Avevamo 22-23 anni, qui a Parma, sul set di “Prima della rivoluzione”. Io allora ero solo un assistente, lui un ragazzo al secondo film. Poteva finire lì: ma, oltre alle cose che avevo fatto dopo, gli era piaciuta la passione...

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