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IL CASO

Morì a 18 mesi ingerendo metadone: la madre indagata per omicidio preterintenzionale

10 dicembre 2019, 05:08

Morì a 18 mesi ingerendo metadone: la madre indagata per omicidio preterintenzionale

Georgia Azzali

Gli aveva lentamente spezzato il respiro. Placando pianti e capricci per tutta la mattinata. C'era metadone nel sangue del bambino di 18 mesi morto il 4 aprile dello scorso anno al Pronto soccorso del Maggiore, dopo una disperata corsa contro il tempo. Ma a fargli ingerire quella sostanza sarebbe stata la madre, una 37enne parmigiana (di cui non facciamo il nome per tutelare gli altri due figli minorenni), ora indagata per omicidio preterintenzionale aggravato e lesioni personali aggravate. L'inchiesta, portata avanti dalla Squadra mobile, è stata chiusa nei giorni scorsi, e il pm Paola Dal Monte ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini.

Non un tragico incidente, perché al bambino sarebbe stato somministrato volontariamente lo stupefacente. Impossibile stabilire la quantità precisa, ma nel suo sangue è stato rilevato un residuo di 362 nanogrammi per millilitro, secondo quanto scritto nell'avviso di conclusione delle indagini. Tanto da provocare «una depressione dei centri respiratori» che poi ha ucciso il piccolo. Certo, la morte è andata oltre le intenzioni della madre (da qui l'accusa di omicidio preterintenzionale), ma quella non sarebbe stata la prima volta. Le analisi sui capelli - che portano alla luce anche le assunzioni più datate di sostanze stupefacenti - hanno fatto emergere una realtà drammatica, almeno secondo quanto emerge nella relazione medico-legale dei consulenti della procura, Domenico Castaldo e Domenico Di Candia: il bambino avrebbe assunto droga da tempo. Dalla nascita o quanto meno nei sei mesi precedenti la morte, al piccolo - si legge nell'avviso di conclusione delle indagini - sono stati somministrati «quantitativi imprecisati di sostanza stupefacente di varia natura (cocaina/morfina/oppiacei)». Droghe che avrebbero causato una serie di alterazioni psico-fisiche nel bimbo, tanto che alla madre vengono contestate anche le lesioni personali continuate e aggravate.

Una situazione familiare difficile, al di là delle eventuali responsabilità penali. La madre e il padre del piccolo avevano avuto problemi di tossicodipendenza, ma lo scorso anno - quando il bambino è morto - non erano inseriti in alcun programma di disintossicazione del Sert. Insomma, il farmaco non era stato consegnato dai servizi pubblici. Ma il metadone viene anche spacciato, come l'eroina, la cocaina e tutte le altre droghe.

A 1 anno e mezzo, il bambino era il figlio più piccolo. Gli altri due nel frattempo sono stati affidati a una struttura protetta. Quel giorno di aprile il bimbo era rimasto per tutta la mattinata con il padre, perché la madre - era stata lei stessa a riferirlo alla polizia - era uscita di casa tra le 9,30 e le 10 per andare al lavoro, rientrando tra le 13,30 e le 14. Tornando a casa, aveva trovato l'uomo assopito sul divano. In tutte quelle ore non aveva sentito il figlio piangere o lamentarsi, ma quando la mamma si era avvicinata al lettino, aveva notato che il figlio faceva fatica a respirare. I genitori, però, non chiamano l'ambulanza e decidono di caricare il bambino in auto per precipitarsi al Pronto soccorso. Ma è troppo tardi: alle 14,53 i medici dichiarano la morte del piccolo.

E scattano i primi (inquietanti) interrogativi. In casa non vengono trovati flaconi di metadone o tracce di altre sostanze, ma è anche vero che la polizia entra in quell'appartamento molte ore dopo il dramma. La mamma, così come il padre, sentita dagli investigatori, racconta di una tachipirina data al figlio, perché da qualche giorno aveva un po' di febbre, anche se non risulta che il pediatra sia stato contattato.

L'avvocato della donna non vuole commentare al momento, in attesa dell'eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Nel frattempo, però, la difesa potrà chiedere l'interrogatorio della mamma, o presentare memorie e documenti.

È quel metadone nel sangue del piccolo che va spiegato. E quelle tracce di droga nei capelli che racconterebbero una storia ancora più dolorosa.

 

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