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Langhirano

I 60 anni della trattoria Cavazzini: il tempo si è fermato a Casatico

di Chiara Cacciani -

20 dicembre 2019, 05:06

I 60 anni della trattoria Cavazzini: il tempo si è fermato a Casatico

CHIARA CACCIANI

LANGHIRANO - Era l'epoca della Fiat 600 e da Parma in una sola auto arrivavano a Casatico anche in dieci o dodici.

«I parmigiani dicevano che venivano in farmacia a curarsi: proprio così» racconta Roberto Cavazzini a distanza di 60 anni dall'apertura di quella «farmacia» che porta il cognome di famiglia.

La cura era quella di coniglio alla cacciatora e salame fritto preparati dalla madre Antonietta, somministrati durante quelle gite fuori porta della domenica pomeriggio in cui i prati di fronte all'osteria si riempivano di gente, di amicizie e di amori appena sbocciati. E a volte anche della musica di uno dei due unici grammofoni del paese.

Da tempo l'osteria ha cambiato il nome in trattoria, i locali non sono più nella vecchia casa di sasso. Ma restano la particolarità della mancanza di insegna, la minuscola bottega che serve il paese e i «viandanti», il tempo che si è incollato – fermandolo quasi - alla cabina del telefono pubblico che resiste e strappa sempre un sorriso di nostalgia.

«L'hanno montata poco dopo il nostro arrivo, e ogni volta andavo a chiamare chi riceveva le telefonate: nessuno aveva l'apparecchio in casa». Era la fine del 1959, «e quell'anno per San Martino facemmo realmente il nostro San Martino»: quello che cambiò la storia di tutta la famiglia.

«Eravamo contadini qui a Casatico – prosegue Roberto, in mano le foto di allora – e quando seppero che era stata messa in affitto l'osteria, i miei genitori, Antonietta e Bruno, decisero di tentare». Antonietta fu cauta: «Proviamo per 3 anni». Il proprietario fu invece profetico: «Nella mia osteria ci morirete, disse. E così è stato – continua Roberto –. Io allora avevo 19 anni non ancora compiuti e iniziai subito a fare tutto quello di cui c'era bisogno: dall'osteria alla bottega. Macellavamo il maiale per i salumi, facevamo in casa un vino denso e pieno, mi occupavo del negozio. Appena riuscii a comprarmi la 1100 andavo a prendere le bottiglie usate a Parma, il sale a Langhirano nei sacchi di iuta, lo zucchero nei sacchi di cartone».

Si vendevano la pasta sfusa, il riso portato a casa nei fazzolettoni di stoffa. E poi – nel paese dai tanti abitanti - lenzuola, merceria, quaderni, calamaio e pennini. Il prosciutto non subito: «Ancora non si usava, era troppo d'eccellenza per Casatico. Poi piano piano...»

«Nonostante fosse così giovane, Roberto si è subito calato nella parte: sapeva tenere bene i conti, andava a fare le compere, decideva i prezzi», lo dipinge Franca, la moglie. Si sono conosciuti lì, a una delle feste con grammofono per pochi amici. «A me piaceva già cucinare. Poi dopo è stata una scelta obbligata – racconta – Ma devo dire che l'ho sposato anche perchè faceva un mestiere che mi sarebbe piaciuto». «E io ho sperato che venendo in osteria ingrassasse appena...», replica lui, sotto lo sguardo divertito della figlia Maria Cristina e del genero Paolo. Nel 1969 ebbero la possibilità di acquistare l'osteria, e dal 1971 – costruite le nuove stanze e una cucina «vera» - arrivò la licenza di trattoria. E con lei anche «la tormenta giorno e notte: pranzetti, pranzoni, matrimoni e Capodanno».

E mentre la sorella di Roberto, Anna, si prestava spesso con la sua famiglia a dare una mano, fu Franca ad affiancare Antonietta ai fornelli e a carpirle tanti segreti: «Era bravissima, strabiliante quando faceva gli anolini: 3 mila ogni sabato. E concordava il menù al telefono tra i suoi piatti cavalli di battaglia». Come oggi, no? «A pensarci bene, sì – si guardano tutti e tre in faccia, padre, madre e figlia -: è proprio come ai tempi della nonna...».