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Ritratto

Emilia Caronna, una «normaloide» con cattedra speciale all'Unidiversità

28 dicembre 2019, 05:03

Emilia Caronna, una «normaloide» con cattedra speciale all'Unidiversità

ANDREA DEL BUE

Emilia Wanda Caronna si definisce «normaloide». Lei può: da oltre 20 anni è delegata del rettore dell'Università di Parma per fasce deboli, studenti con disabilità o disturbi specifici dell'apprendimento. Sempre dalla parte di chi ha bisogno, sempre dalla parte di chi da solo non ce la fa, sempre con il suo carattere forte, il fare sanguigno e la sincerità prima di tutto. Ha partecipato ad alcune delle lotte sociali più importanti del nostro territorio: la chiusura del manicomio di Colorno, quella del brefotrofio, l'istituzione della Fattoria di Vigheffio, l'integrazione scolastica, l'impegno nella fondazione della Cooperativa Sirio, del centro antiviolenza, il contributo per la comunità di Betania, gli aiuti in carcere. Di lei Mario Tommasini disse: «Tu sei la prima che ha visto nella disabilità le diverse abilità». Un complimento fuori dal comune, per contenuti e per mittente. Forse è per questo che la professoressa Caronna, all'interno del servizio universitario «Le Eli-Che», segue un esercito di 884 studenti: sono ragazzi con disabilità fisica, sensoriale o intellettiva, oppure persone con dislessia, discalculia, disortografia o disgrafia, ma ci sono anche giovani con bisogni educativi speciali. È un servizio dove non esistono barriere, siano esse fisiche, mentali, culturali o sociali. Per questo, ma anche per la sua storia, l'Associazione nazionale mutilati e invalidi civili di Parma ha recentemente assegnato alla professoressa Caronna il Premio Anmic, un riconoscimento che va alle persone che hanno favorito l'integrazione delle persone con disabilità.

«Normaloide»: perché?

«Perché la normalità è la mediocrità e io mi sono battuta una vita intera per non stare nella mediocrità, nel bene e nel male. Io sono così: posso stare antipatica a delle persone, ma so che molti mi vogliono bene. Sa perché? Perché non c'è nessuno che possa dire che non l'ho aiutato. E poi dico che bisogna smetterla di parlare di normalità, parliamo piuttosto di diversità, che è ricchezza».

Parmigiana d'adozione, non è stato facile il primo impatto con la nostra città. Ce lo racconta?

«Lo ricordo benissimo, perché sono stata discriminata due volte: come donna e come meridionale. Dicevano: “La Caronna anche se è meridionale ha voglia di lavorare.” Eccoli lì, gli stereotipi che ho sempre odiato e combattuto. Le ingiustizie mi fanno imbestialire».

Poi come è andata?

«Sono arrivata nel '64 per terminare l'Università che avevo iniziato a Messina. Due anni dopo mi laureo in Scienze Naturali, poi nel '68 in Biologia. L'anno è quello dei sogni e delle lotte, a partire dall'occupazione dell'Università. Poi l'epoca di Mario (Tommasini, ndr), principalmente per la chiusura del manicomio. Ho l'orgoglio di avere la tessera numero 2 dell'Associazione per la lotta contro le malattie mentali. Poi il brefotrofio, per il quale fu determinante mio cognato, Carlo Lasagna, che fu il primo a denunciare le condizioni di vita all'interno della struttura. Fu una bellissimo lavoro di lotta e di cultura che portò alla chiusura, nel '73; io mi presi cura di alcuni bambini. Sono contenta che sia stato recentemente ristampato dalla Fondazione Mario Tommasini il volume “Fine di un brefotrofio (1817-1973)”».

Anche suo marito, Mino Bruschi, è sempre stato dalla parte dei più deboli. Come lo ricorda?

«Un uomo eccezionale (è mancato nel settembre 2018, ndr). Anche il matrimonio con lui, nel '72, fu un andare oltre i pregiudizi: era un ex prete. Figurarsi, in quegli anni, i commenti.... Mino faceva parte di “Dissenso cattolico“, per una Chiesa che tornasse a guardare ai più deboli; nel '69 fu cacciato dai Salesiani (era cappellano del San Benedetto, ndr) perché fece un presepe dissacrante: i pastori imbracciavano un mitra, mentre al posto di Gesù bambino aveva messo un dollaro».

Ancora oggi molti studenti la ricordano per la sua attività di docente universitaria. Come l'ha vissuta?

«Prima di rispondere, devo dire una cosa: la mia vita è stata ed è meravigliosa, lo scriva. Sono entrata di ruolo nel '73, ho insegnato citologia, istologia, embriologia teratologica e fatto ricerca. Poi da vent'anni, e sei rettori, l'impegno per l'integrazione delle persone con disabilità come delegata. Ho incontrato molti muri di gomma sulla mia strada, ma oggi posso dirlo: all'Università di Parma c'è ormai grande cultura e sensibilità su questo fronte e gli studenti sono messi nelle condizioni di esprimere le proprie abilità. Insomma, cinquant'anni di Università tra didattica, ricerca e quello che chiamiamo mission».

Invita spesso a non parlare di inclusione, ma di integrazione. Perché?

«Inclusione è una parola che odio: significa chiudere dentro. Integrazione invece è mescolare. Ecco, dobbiamo mescolare le persone, farle stare insieme, non chiuderle dentro qualcosa. Per un convegno (il ventennale della fondazione del Cepdi, Centro provinciale di documentazione per l'integrazione, ndr) ho intitolato il mio intervento “Noi la trama, voi l'ordito... che bell'arazzo.” Ecco, per me questa è l'integrazione».

Non ha fatto mancare il suo impegno politico.

«Ho fatto politica quando la politica era impegno sociale. Sono entrata nel '71 nel Partito comunista, poi sono stata in consiglio comunale dal '91 al '94, poi dal '94 al '98, con Stefano Lavagetto sindaco. Pds prima, Ds poi. Ero consigliera delegata all'ambiente».

Tre aggettivi per descriversi?

«Sociale, generosa, collerica. Sociale perché nessuno è un'isola, ce lo ricordava sempre don Moroni. Generosa, perché sono una spacciatrice di pesto siciliano. Collerica, invece, perché di fronte alle ingiustizie perdo la testa. Io sono in pensione, non perderei nulla se dovessi tornare a casa a fare la mia caponata superba. Anzi, sarei lì se non mi avesse chiamato Paolo Andrei (l'attuale rettore, ndr) dicendomi “Emilia, non ti sognare di stare a casa”».

Cosa le piace della società di oggi?

«Le sardine. Da giovane, sarei stata sicuramente una di loro. La società di oggi è caduta nell'individualismo. Anche nella nostra città, vedo gruppi che fanno ottime cose, ma non vedo un'intera città che rema dalla stessa parte».

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