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Intervista

Galli e Frigeni: «La nostra Turandot»

06 gennaio 2020, 05:01

Galli e Frigeni: «La nostra Turandot»

LUCIA BRIGHENTI

«Non minimalismo ma essenzialismo o riduzionismo». La «Turandot» di Giuseppe Frigeni è pensata, secondo le parole del regista, per arrivare allo scheletro, all’essenziale. Musica che si fa teatro e non teatro musicato. L’allestimento nato nel 2002 per Modena e ripreso più volte in Italia e all’estero, andrà in scena da venerdì alle 20 al Teatro Regio di Parma, opera inaugurale della stagione lirica 2020. Maestro concertatore e direttore sarà Valerio Galli, alla guida della Filarmonica dell’Opera Italiana Bruno Bartoletti e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani. «Il mio approccio è prima di tutto musicale: ascolto la musica senza leggere il libretto - spiega Frigeni, che firma regia, coreografia, scene e luci -. Ascoltando le strutture logiche musicali, le dinamiche, i colori orchestrali visualizzo il contesto cromatico, una materialità che può essere densa o rarefatta o liscia. In questo modo creo uno spazio che è la scatola di risonanza della musica. Non c’è quindi descrizione del contesto storico, non cerco di riprodurre la Cina. Quello che traduco da Puccini va molto oltre la cartolina postale: sono i contrasti tra ombra e luce, tra armonie modali e dissonanze».

«Il secondo passo è l’approfondimento del libretto - prosegue il regista -. Identifico i momenti portanti e trovo un filo rosso che conduca da uno all’altro con le minime variazioni possibili, perché non diventi un calendario di immagini. Nella regia dei gesti, cerco di limitare al massimo le attitudini ereditate dalla tradizione. L’enfasi del corpo non è essenziale per fare musica». «Liù è per me il personaggio chiave, l’alter ego di Turandot - aggiunge Frigeni -. Le due donne rappresentano due forme di amore opposte: Liù è l’amore sacrificale, Turandot è l’amore difensivo. Non considero quest’ultima una carnefice o un’incarnazione del maligno: tutte le leggi che mette in atto sono fatte da uomini».

Per 25 anni braccio destro di Bob Wilson, prima come assistente poi come co-regista, Frigeni racconta: «Ho imparato molto da lui, ma eravamo due facce della stessa medaglia: io più romantico e discendente da una tradizione italiana ed europea, lui anti-psicologico e molto americano; lui ha un rapporto con la musica matematico, io coreografico. Eravamo complementari come il caldo e il freddo».

Valerio Galli, nato e cresciuto a Viareggio respirando la musica di Puccini, spiega il suo rapporto con il compositore e con Turandot: «Sono cresciuto con un nonno appassionato di lirica che mi raccontava di aver parlato con Puccini, da bambino, e di aver seguito le prove della “Fanciulla del West” da lui diretta a Viareggio nel 1923, nascondendosi sotto le poltrone del teatro. Per me questi sono diventati racconti mitici. Lui sognava di trasmettere la passione per la lirica a qualcuno dei suoi nipoti, con me ha attecchito. In qualche modo quindi Puccini è per me un autore di casa. “Turandot” è un’opera molto difficile. Anche se usa un linguaggio ardito rispetto a “Bohème” o “Tosca”, anche se si tratta di un Puccini anni Venti rinnovato, la matrice è sempre la stessa. È un autore che, pur sviluppandosi tantissimo dalla prima all’ultima opera, non perde mai la sua essenza principale. Qualcuno addirittura dice che “Turandot” è un passo indietro, in realtà è solo che si riconosce il suo stampo».

Per informazioni e biglietti: biglietteria@teatroregioparma.it; biglietteria online su teatroregioparma.it.

 

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LUCIA BRIGHENTI «Non minimalismo ma essenzialismo o riduzionismo». La «Turandot» di Giuseppe Frigeni è pensata, secondo le parole del regista, per arrivare allo scheletro, all’essenziale. Musica che si fa teatro e non teatro musicato. L’allestimento...

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