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Fornovo

La stazione di notte è il rifugio dei senzatetto

06 gennaio 2020, 05:05

La stazione di notte è il rifugio dei senzatetto

FORNOVO - La stazione ferroviaria come terra di confine. Non solo perché s’incrociano viaggiatori e vite d’altri e diversi luoghi. C’è un confine più difficile da delineare, affrontare, capire: quello tra la «normalità», il quotidiano di tante persone, con le loro necessità, i ritmi, i loro sacrosanti diritti, e quello di altri uomini, che vivono ai margini di quel quotidiano e normale.

Basta andare verso sera, in queste giornate d’inverno, nelle sale d’aspetto della stazione: per la notte ci trova riparo una piccola comunità, dieci, a volte dodici persone di età diverse. Senza fissa dimora. Senzatetto.

Storie diverse, esigenze comuni perché il freddo non perdona nessuno e i locali della stazione fornovese sono, in provincia, tra i pochi aperti la notte.

La prima accoglienza la fa il tanfo, che arriva, immediato, a raccontare come siano andate le giornate, i mesi e gli anni, per alcuni. La seconda accoglienza la fa l’umanità: strette di mano, un albero di Natale con alcuni decori in un angolo, donato da una signora di Parma a questo pezzo di mondo a parte, per ricordare, anche solo ricordare, che la festa è di tutti.

La «casa» portata con sé, dentro le buste del supermercato, un piatto di insalata, scatolette: la cena, per alcuni. Per altri il pasto sarà quello offerto dalla mensa della carità di Padre Lino, a Parma. Il rifugio notturno sarà invece questo, fino alle 5,30 del mattino, quando i locali saranno «liberati».

«Non facciamo casino eh, lasciamo pulito - premettono - i vigili vengono sempre a controllare e ci dicono “non sporcate.” Questa mattina abbiamo fatto pulizia e abbiamo riempito i sacchi neri».

E’ così: attorno all’edificio dell’ex Dopolavoro ferroviario sono stati raccolti i rifiuti e spazzato il cortile. Sono originari di Reggio Emilia, di Napoli, dell’Ucraina, della Polonia; c’è chi ha perso il lavoro e ne vorrebbe trovare uno, e ha fatto diversi colloqui per cercarlo, chi non riuscirebbe, per età e condizioni, a lavorare, chi soffre di dipendenze, chi ha una famiglia e non la vede da anni, e vorrebbe andare a trovarla in questo periodo, e chi tutta la «famiglia» la porta con sé: è Picén, questa famiglia, una cagnolina di 18 anni che ha seguito il destino del suo proprietario. In zona conoscono più o meno tutti questi clochard e non ci sono segnalazioni di particolari episodi di disturbo da parte loro, se non l’eccesso di tasso alcolico, in alcune occasioni, che a dire il vero non riguarda solo i senzatetto.

Anzi. A disturbare o impaurire è la sola presenza, quel confine tra la normalità e l’altra parte del mondo, che molti di loro hanno scavalcato per motivi diversi: un paesaggio umano catalogato alla voce «degrado», più che al termine povertà, seduta sulla panche di legno della sala d’aspetto, che può fare paura. Si raccontano al sindaco, che è andato a verificare la situazione, e a parlare con loro. «E’ necessario trovare un punto di equilibrio - afferma Michela Zanetti, dopo aver ascoltato le storie- tra le necessità dei cittadini che hanno il diritto di poter accedere serenamente alle sale di aspetto e quella di trovare per queste persone una soluzione che comprenda nel suo perimetro il concetto di dignità. Non si può tollerare la mancanza di igiene, visto che i senza dimora non possiedono le monetine per accedere ai bagni pubblici, con le conseguenze che possiamo immaginare, e d’altra parte non si possono lasciare le persone all’addiaccio, in questi mesi invernali. Quello che stiamo cercando di fare, coinvolgendo le associazioni cittadine e i servizi sociali è un progetto per trovare una diversa collocazione per queste persone e, laddove possibile, anche un’occupazione».

 

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