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Lirica

«Turandot», l'opera degli enigmi piace al Regio

11 gennaio 2020, 05:04

«Turandot», l'opera degli enigmi piace al Regio

LUCIA BRIGHENTI

È stato un “bentornata” caloroso quello rivolto dal pubblico a «Turandot», che ieri sera ha inaugurato la Stagione Lirica 2020 del Teatro Regio di Parma.

La fiaba ispirata all'opera teatrale di Carlo Gozzi e musicata da Puccini, operista sempre amato dal pubblico parmigiano, è infatti tornata a vivere sul palcoscenico del Regio dopo tredici anni di assenza, e l'accoglienza è stata buona, sia per il cast che per lo spettacolo. Rebeka Lokar (Turandot) ha affrontato con sicurezza il ruolo impervio di Turandot, anche se con una vocalità caratterizzata talora da un vibrato molto accentuato. Applaudita Vittoria Yeo, che ha impersonato Liù con sensibilità e delicatezza nel controllo dei pianissimo. Autorevole il Timur di Giacomo Prestia e apprezzabile Paolo Antognetti (Altoum). Qualche difficoltà si poteva avvertire nella prova di Carlo Ventre (Calaf), che ha preso parte alla recita nonostante un'indisposizione annunciata a inizio spettacolo e che comunque ha incassato gli applausi a scena aperta al termine di «Nessun dorma».

Impegnati in una sorta di coreografia danzata Fabio Previati (Ping), Roberto Covatta (Pang), Matteo Mezzaro (Pong), nel cui ruolo si riconosce la formazione coreutica del regista Giuseppe Frigeni (aiutato nelle coreografie dalla sorella Marina Frigeni). Il direttore d'orchestra Valerio Galli è riuscito a tenere bene coesi cast e buca, dando voce alle tinte dell'opera alla guida della Filarmonica dell'opera Italiana Bruno Bartoletti. Ottima la prova del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani. Bravi anche i bambini del Coro di Voci Bianche Ars Canto Giuseppe Verdi preparati da Eugenio Maria De Giacomi. Completavano il cast Benjamin Cho (un mandarino), Marco Gaspari (Principe di Persia), Lorena Campari (prima ancella), Marianna Petrecca (seconda ancella), Carlotta Bruni, Marina Frigeni, Laura Gagliardi (danzatrici). L'allestimento di Frigeni (che firma regia, coreografia, scene e luci) con i costumi di Amélie Haas, nato nel 2002 per il Teatro Comunale di Modena, è uno spettacolo curato, mai didascalico nel descrivere le ambientazioni. Eliminando gli eccessi enfatici della recitazione tradizionale, Frigeni opta per la contenutezza a favore dell'ascolto della musica e degli aspetti più intimi, fiabeschi e rituali del racconto. Di fascino l'uso delle luci e alcune soluzioni, come la trasformazione del gong in luna, entrambi ambasciatori di morte. Il primo quadro del secondo atto, uno dei più complessi da risolvere dal punto di vista registico, viene giocato come una sorta di partita a dama tra pedine bianche e nere, tra amore e morte, tra la preparazione delle nozze e quella delle esequie. Liù assume, nella visione di Frigeni, il ruolo più centrale che mai di alter ego di Turandot. È lei che suggerisce tutte le risposte degli enigmi a Calaf e, dopo la sua morte, il suo corpo tornerà a comparire alla fine (in quel finale scritto da Franco Alfano per dare una conclusione all'opera lasciata incompiuta da Puccini), quasi immagine riflessa di Turandot nel momento in cui questa accoglie l'amore, mentre Calaf mostra di essere interessato solo al trono.

IL FOYER

ILARIA NOTARI

Riuscirà il tenore a sciogliere il gelo del pubblico di Parma e a conquistarlo con il «Nessun dorma»? Era questo il vero enigma di cui si parlava già sotto al colonnato del Regio in occasione della prima di Turandot. Già perché gli atti sono tre ma la romanza clou è una! Quel «Vincerò» che tutti aspettano, conoscono e con la quale ci si gioca il risultato della serata. E alla fine Carlo Ventre nonostante l'annuncio di indisposizione ha portato a casa un applauso scrosciante.

«Qui siamo fiscali con i tenori - ironizza Alide Berti - lo aspettavamo al varco. Un po' tirato nella romanza. Ha dei momenti stupendi e altri in cui il suono non è intonato e bello. Diciamo un po' discontinuo. Posso però dire che mi è piaciuto nel “Non piangere Liù”. La Yeo è eccezionale, una tecnica perfetta che ha dimostrato già in “Signore ascolta”».

Proprio il soprano coreano strappa il primo applauso della serata. E' d'accordo il professor Stefano Gandolfi, direttore dell'Oculistica del Maggiore: «Ottima la Yeo, ha una bella voce e ottima l'apertura di Stagione con Puccini. Liù è la figura della sua servetta e si sente nella musica struggente che scrive per lei».

Piace ma non convince appieno la protagonista Rebeka Lokar che si disimpegna bene nelle parti più acute. «Turandot mi ha convinto - dice Enrico Rossi - vocalmente e scenicamente. “In questa reggia” l'ha cantata bene. Ogni tanto la voce ha un fastidioso vibratino ma nel complesso molto bene. E il personaggio c'è tutto».

Per Enrica Valla presidente della Corale Verdi «è fuori ruolo anche se molto sicura e con bei mezzi. Meglio la Yeo».

A mettere d'accordo tutti, è lo spettacolo firmato da Giuseppe Frigeni. «E' magnifico, con gesti dei personaggi pieni di senso ed elegantissimo con una gestualità da teatro Kabuki molto curata» dice uno spettatore. A Donato Carlucci invece «non piace perché troppo statico».

Divide la direzione di Valerio Galli. Per qualcuno la mano del maestro è troppo pesante per altri la sua lettura è in linea con quanto deve emergere da una trama orchestrale così ricca come quella di Turandot. «L'orchestra è troppo forte, non mi è piaciuta» dice Anna Mori, mentre per un capannello di spettatori guidati da Luca Sangiorgi «è perfetta proprio perché ci sta facendo sentire tutta la ricchezza della partitura ma nei momenti intimi e delicati diventa raffinata e leggera. In questo sta la bravura del maestro».

Per Enzo Petrolini presidente del Club dei 27 «Non male Calaf vista l'indisposizione e le percussioni fantastiche uno spettacolo nello spettacolo».

Nel foyer c'è uno spettatore assorto. Disturbiamo? «No - sorride preferendo restare anonimo - stavo pensando alla modernità di quest'opera. Al rapporto uomo-donna, alle violenze di genere. E' un'opera monumentale. Puccini è teatro puro e riesce a farti vibrare lo stomaco per l'emozione».

«Non ci sono solisti che tengano - entra a gamba tesa Rosa Bussandri - questa sera il punto più alto lo si è raggiunto con il coro che, ammassato ai lati della scena e quasi al buio, canta in maniera eccelsa. In Verdi è bravo ma qui è meraviglioso». Per Augusto Froli «ottima la Lokar sicurezza assoluta negli acuti».

LASSÙ IN LOGGIONE di Lorenzo Sartorio

Il magico, sottile e raffinato fascino orientale è sbocciato ieri sera al Regio sulle note di uno dei capolavori pucciniani: «Turandot». Un'opera ambientata nel mitico «tempo delle favole» a Pechino.

Protagonista è la principessa Turandot che non gradiva il corteggiamento degli uomini, anzi li detestava proprio, memore della tragica fine di una sua antenata violentata e poi uccisa. Per allontanare il corteggiamento degli uomini ma, soprattutto il matrimonio, Turandot, figlia dell' imperatore, si inventa uno stratagemma. Ella stessa propone degli indovinelli ai vari pretendenti i quali, se non indovinano, non solo non avranno la principessa in sposa, facendosene magari una ragione, ma saranno giustiziati. Immediata, prima che si alzi il sipario, la battuta sarcastica di un loggionista di lungo corso: «Sarìss stè méi che i pretendént ädla principèssa invéci äd partecipär ai so quis i fusson andè in-t-la trasmisjón äd Gerry Scotti. Lì s'indvinävon mìga j' andävon a cà sénsa sold. Chilè, s' imbrocävon mìga la risposta, la gh' tajäva la tésta».

Nella trama dell'opera giocano un ruolo importante i «mandarini», una sorta di ministri. Parte un' altra battuta: «In Cina i minìsstor j' a ciamävon mandarén. Chi da nojätor ì a ciamèmma minìsstor. J' én i citadén che, invéci d'ésor di mandarén, j'én dvintè di limon chì vénon spremù tutt l'an'. L'é sémpor cuestión äd fruta». Ad assistere l'opera un gruppetto di melomani cinesi e giapponesi che sembravano soddisfatti dello spettacolo. «A pär chi sìon restè sodisfat - commenta un loggionista storico - sta vèddor che al Regio al fa la fén äd l'Inter e j' al cómpron lor». Interviene un altro «Sì mo basta chi läson stär al Pärma !!». Giudizi sull'opera? Cominciamo dalla scene «esensjäli, i n' àn mìga disturbè cme còlli äd sèrti opri». «L'é stè curjóz vèddor dìll tésti tajädi su di tavlòt äd lèggn. Nojätor pramzàn, lì insimma, a gh' mettèma dìll fètti äd salam». Promossi a pieni voti i cori e i rispettivi maestri. Promossi anche l'orchestra e il direttore. Per qualcuno, però, «la ciocäva un po' tròp. La cuatäva al vózi cme tròp àj in t ‘al caval pisst». Apprezzamenti per il soprano Rebeka Lokar (Turandot). «Turandot la vräva tajär la tésta ai so spazimànt. Sperèmma che Rebècca, acsì ciapäda dala pärta, l'a ‘n faga mìga fär la stésa fén a so marì o al so moróz». Un plauso anche per il basso Giacomo Prestia (Timur). «Al cibach, second la legénda, Sant Iläri al gh' à regalè il scärpi d'òr. La Coräla lundì, par miga ésor da meno, la regalarà a Prestia al Verdi d'òr». Bene anche il soprano coreana Vittoria Yeo (Liù) «Béla vóza e po' anca fizicamént perféta par la so pärta». Il tenore Carlo Ventre ( Calaf), si è giustificato all'inizio per un'indisposizione giudicata «diplomatica» da alcuni loggionisti. «La volsù risparmiär la vóza par Matarèla. Al vrà andär al po'st äd Conte o Di Maio». La sua esibizione? «Un pjat d'anolén sénsa formàj». Sono piaciute le maschere Ping Pang e Pong «Sariss un bél lavor che al Dsèvvod al j'a ciamiss cuand l'organìzza al raduno äd tùtti il mascri chi a Pärma». Una battuta d'attualità su «all'alba vincerò». «Vót mìga ch'al la canta Bonacén al 28 äd zänr?» «Sì - replica il sempre ironico Gigètt Mistrali - basta che ala sira prìmma a ‘n la canta mìga Salvén!!».

Ha collaborato Enrico Maletti

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