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Regio

«Turandot»: le pagelle

12 gennaio 2020, 05:02

«Turandot»: le pagelle

TURANDOT I NOSTRI VOTI di LUCIA BRIGHENTI

Rebeka Lokar

TURANDOT

8

Il soprano sloveno ha una voce che viaggia bene, passando oltre i densi spessori orchestrali di Turandot. Sicura, vocalità caratterizzata talora da un vibrato molto accentuato, il suo piglio si adatta a questo personaggio algido e pronto a infuocarsi a un tempo.

Carlo Ventre

CALAF

7 ½

Prende parte alla recita nonostante un'indisposizione annunciata a inizio recita. Si sente che il tenore uruguaiano ha qualche difficoltà, ma nel complesso se la cava e incassa gli applausi del pubblico per l'aria più attesa di tutta l'opera.

Valerio Galli
FILARMONICA BARTOLETTI

7 ½

Il gesto del direttore Valerio Galli è quello deciso di chi è cresciuto con Puccini e ha affrontato Turandot una miriade di volte. La Filarmonica dell'opera Italiana Bruno Bartoletti risponde bene imprimendo un andamento incalzante e pervasivo al tessuto sonoro.

Vittoria Yeo

LIÙ

8 ½

Il soprano coreano interpreta Liù con grazia, facendo sua la gestualità rituale e contenuta richiesta dal regista Frigeni. Filati, pianissimi nelle tessiture più acute le riescono con naturalezza, e il suo personaggio risulta tratteggiato con raffinatezza.

Giuseppe Frigeni

REGIA,COREOGRAFIA,
SCENE E LUCI

8 ½

L'allestimento di Frigeni è ormai maggiorenne, nato circa diciotto anni fa per il Teatro Comunale di Modena. Tuttavia porta bene i suoi anni, grazie a belle scene e luci che, senza fronzoli, delineano lo scenario fiabesco, e grazie a una regia dei gesti essenziale ma efficace.

Coro del Regio

MAESTRO MARTINO FAGGIANI

9

Ancora una volta la compagine preparata da Martino Faggiani affronta con bravura e coesione una non facile disposizione, spesso divisa in due gruppi disposti vicino alle quinte, ai lati della scena. Bravi anche i bambini del Coro di Voci Bianche Ars Canto Giuseppe Verdi preparati da Eugenio Maria De Giacomi.

GIAN PAOLO MINARDI

Prima sensazione rassicurante per lo spettatore la sintetica impaginazione del palcoscenico all'aprirsi del sipario che pareva sfatare la temuta aspettativa di quel proliferare di cineserie quasi inevitabile nella messa in scena di «Turandot», frutto di una malintesa vocazione “decorativa” del musicista piuttosto che più stringente traduzione visiva di quella ritualità crudele che diventa altresì elemento strutturale dell'estrema svolta drammaturgica di Puccini; come se la rappresentazione, scandita sulla originale struttura a blocchi, fosse condizionata dall'immanenza enigmatica, nella stessa asprezza della vocalità, della protagonista.

Intendimenti che ci è parso di cogliere nella creazione scenica di questo spettacolo firmato da Giuseppe Frigeni, del resto già lungamente rodato e positivamente sopravvissuto all'inesorabile sfida degli anni, per la misura con cui la stilizzazione riesce a fondere in termini visuali e gestuali tutti gli ingredienti impiegati da Puccini per quest'ultima sua sortita, vale a dire l'esotismo, il fiabesco, il sentimentale, l'eroico, il grottesco; in altre parole il modo di far convivere il passo narrativo e quello simbolico che è appunto l'ultima sfida del nostro compositore nel tentare di sublimare il familiare passo “veristico” nell'astrazione del mito.

LA PROPOSTA MUSICALE

Purtroppo non ci è parso che tale visione trovasse adeguata corrispondenza nella proposta musicale, piuttosto generica rispetto alla peculiarità di una partitura che affida la propria ricerca di unità ad altri elementi rispetto a quelli convenzionali di un melodramma ormai in via di liquidazione; una partitura che guarda alla modernità, senza tuttavia sposarne tutte le ragioni, attraverso una strumentazione quanto mai ardimentosa per asprezza e lucentezza di pimenti. Aspetti che Valerio Galli ha come riassunto, pur con una guida determinata e con una sicura risposta della compagine intitolata all'indimenticabile Bruno Bartoletti, entro una tensione fonica che sembrava rettificare nella stessa prevalenza sonora quella diversità di piani in cui si diffrange la lente usata da Puccini per rileggere la storia degli enigmi; com'è per il ruolo delle tre maschere la cui sortita l'altra sera, pur nell'affiatata intesa offerta da Fabio Previati, Roberto Covatta e Matteo Mezzaro, si confondeva nel tessuto generale perdendo quella loro funzione di contrappunto drammaturgico col più teso contesto, dove l'ardimentosità vocale dei due protagonisti appare come la trasposizione metaforica dell'assunto amoroso. Cimento che Rebeka Lokar, con quella sua vocalità screziata di luci, ha superato positivamente e che Carlo Ventre ha difeso strenuamente, nonostante l'annunciata e evidente indisposizione, compensando l'avvio incerto del «Nessun dorma» con un tonante, prolungatissimo «Vincerò!» che ha scatenato l'applauso.

LA FIGURA DI LIÙ

Anche l'altra sera il centro poetico si coglieva nella figura di Liù, trepidamente e musicalmente ben definito nella bella prova di Vittoria Yeo. Equilibrato tutto il piano dei comprimari, dal puntuale per aderenza al ruolo Altoum di Paolo Antognetti al Timur ormai storico di Giacomo Prestia, fino al Mandarino di Benjamin Cho, al principe di Persia Marco Gaspari e alle ancelle di Lorena Campari e Marianna Petrecca. La conclusione era affidata, come da prassi corrente, a quel finale di Alfano, nella versione scorciata voluta da Toscanini, che nel sensibile scarto percepibile nella stessa “pelle” sonora, sembrava lasciar aperto l'interrogativo sull'irrisolutezza del cosiddetto lieto fine. Il vero enigma di «Turandot».

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