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MOSTRA

Belledi pittore «letto» da Minardi

16 gennaio 2020, 05:02

Belledi pittore «letto» da Minardi

GIAN PAOLO MINARDI

Un amico, durante la visita alla mostra di Giorgio Belledi in corso all'Ape Parma museo mi chiede di approfondire e affidare alla parola scritta alcuni aspetti di quella pittura così pregnante, sapendo del lungo rapporto d'amicizia che ci ha uniti, nello stesso tirocinio con la pittura che andavamo vivendo, nello studio che per anni abbiamo condiviso, ognuno impegnato davanti al proprio cavalletto e tuttavia partecipi di una «comune aria di famiglia» in uno scambio continuo di sensazioni, di propositi, di smarrimenti, di consigli.

Non nascondo come tale richiesta tocchi una certa mia naturale resistenza a dar corpo tangibile alla mia emozione di fronte ai quadri esposti; perché molti di essi li ho visti nascere, frutto degli intendimenti che Giorgio voleva tradurre sulla tela; quelle terre arate, quei gelsi, con quei buchi neri che si aprivano sulla superficie screpolata, visti come figure, quella neve calpestata, costituivano gli affioramenti di quell'immaginario che agiva sulla nostra ansia di essere partecipi al travaglio della «pittura moderna» cui ci eravamo accostati solo attraverso i libri d'arte, i preziosi Skira che potevamo sfogliare nella Libreria Universitaria di Via d'Azeglio, gestita dal padre di Giorgio, lo straordinario Arturo, per poi averne la fulminante rivelazione nel contatto diretto con le opere alla nostra prima sortita alla Biennale, quella del '50, l'anno dei «fauves».

In questo cammino un prezioso compagno di viaggio è stato Roberto Tassi, anche lui assiduo frequentatore della libreria, sospinto da una passione che cresceva all'ombra della professione medica; una passione forte, già mirata, come indicavano quei primi scritti sollecitati dalla pressione di qualche amico, nati nel clima di occasionalità di una rivistina universitaria, «Il Landò» o di qualche più coraggiosa quanto effimera impresa letteraria quale fu quella di «Criteri» di Agostino Pirella; avvio di un impegno critico che avrebbe avuto gli esiti straordinari, illuminanti che ben conosciamo.

Con Tassi abbiamo condiviso lo stupore e l'entusiasmo generato dall'irrompere di quella nuova tensione vitalistica che investiva in quegli anni il tormentato paesaggio dell'arte; in particolare ci avvinceva l'inflessione naturalistica che tale slancio aveva assunto da noi, in Emilia in particolare, grazie alla sollecitante azione di un critico dalle antenne sensibili e dall'intelligenza vorace come Francesco Arcangeli.

Negli anni in cui insegnava al Romagnosi – un lascito prezioso quello offerto ai giovani ai quali mostrava i propri Morandi portandoli nella sua borsa da Bologna - lo incontravamo nella piccola trattoria Adua di via Garibaldi, oggi scomparsa, ed erano incontri avvincenti per l'acutezza con cui osservava la realtà, non solo quella pittorica, che lo circondava, occasione imprescindibile per trovarci coinvolti in quella nuova ondata; uno svelarsi di nuovi interrogativi, un invito a lanciare scandagli più avventurosi anche, quelli che Arcangeli aveva intravisto nel coraggioso saggio «Gli ultimi naturalisti» del 1954.

Il rapporto con la natura si caricava in tal modo di pressioni emotive nuove, inattese spesso, perché ad esserne tramite erano gli artisti che il grande critico aveva scoperto, mosso dalla ricerca di ragioni più autentiche, più profonde, dove l'idea della bellezza era sempre più un'entità legata alla sofferenza, alla vulnerabilità.

Alcuni di questi pittori li ritroviamo nella mostra organizzata all'Ape Parma museo dalla fondazione Gaibazzi e dalla fondazione Monteparma secondo il giusto respiro voluto da Sandro Parmiggiani nell'intendimento di ricomporre il senso di una stagione dei cui umori pregnanti Giorgio è stato pienamente partecipe. Tra i grovigli vegetali della Brianza di Morlotti, il gesto urlato di Moreni, la visionarietà delle “veroniche” di Bendini, il silenzioso velluto lombardo di Chigine, la visione più raccolta di Mandelli e le riflessioni padane del nostro Padova le figure dilaniate di Giorgio, i suoi paesaggi materici ritrovano una propria necessità, secondo l'istanza critica di Arcangeli che nel rileggere la storia con quella tensione critica testimoniata dalla grande, sofferta monografia su Morandi sentiva l'insottraibile spinta di accordarla «al pulsare del tempo presente».

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