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Teatro

Il regista Giuntini e l'operazione «Mandragola»

16 gennaio 2020, 05:01

Il regista Giuntini e l'operazione «Mandragola»

CLAUDIA OLIMPIA ROSSI

Non poteva essere che un giovane regista fiorentino a riscoprire «Mandragola» di Niccolò Machiavelli. Giacomo Giuntini, 33 anni, parmigiano d’adozione, cresciuto artisticamente tra le tavole del palcoscenico di viale Basetti, affiancando Walter Le Moli e firmando importanti progetti nazionali (Nadia, 2017), dirige l’Ensemble Stabile di attori nella produzione di Fondazione Teatro Due, in prima nazionale da sabato e fino al 2 febbraio.

A cinquecento anni dal debutto a Firenze, la commedia in cinque atti (che narra gli intrighi di Callimaco e del furbo Ligurio per ingannare Nicia, ingenuo marito della desiderata Lucrezia, con l’espediente di una pozione magica per la fertilità) rivela, sotto la maschera carnevalesca della risata beffarda e della satira, dirompente attualità di analisi politica ed antropologica.

Giacomo Giuntini, perché avete scelto di portare in scena il testo originale di «Mandragola», parlando al pubblico del 2020 nella lingua del Cinquecento fiorentino?

«I motivi sono sostanzialmente due. Desideravamo lavorare sulla distanza per leggere in filigrana la contemporaneità, a partire dalla lingua, l’italiano dell’epoca, di derivazione fiorentina, che Machiavelli considerava veicolo d’identità nazionale. Farne arrivare il significato - un’impresa accolta con passione dall’Ensemble di Teatro Due - è certamente arduo ma stimolante, anche per il pubblico, che sente pronunciare termini come badalucco, cioè gioco. Inoltre volevamo esplorare la riflessione sul reflusso nel privato. Non a caso negli ultimi tempi, con l’ondata di antipolitica e l’avanzata dei nazionalismi, Machiavelli è spesso citato. Il suo patriottismo repubblicano costituisce un segnale forte. Faremmo un torto alla nostra identità culturale nel non riconoscere il patrimonio da cui veniamo. A questo proposito risultano fondamentali gli studi che datano “Mandragola” non intorno al 1518 ma in un giro d’anni tra il 1513 e il 1515, perché in quel periodo Machiavelli stava scrivendo Il Principe. Risulta quindi evidente che Mandragola non sia soltanto una farsa, come a lungo la si è voluta intendere».

La censura ha contribuito all’incomprensione della più bella commedia del Rinascimento?

«Ha certo grandi responsabilità. A metà del Cinquecento, quando venne creato l’indice dei libri proibiti, tutto Machiavelli ci finì dentro. La censura è stata abolita solo nel 1963. Eppure è uno dei padri fondatori del teatro italiano. Si trattava di una lettura influenzata dal dibattito religioso che infiammava l’Europa. Machiavelli teorizza una sorta di autonomia della politica da tutte le altre branche delle discipline gnoseologiche. Per lui l’agire del politico, anche se persegue interessi collettivi, dev’essere sganciato dai giudizi di tipo morale che si applicano al privato».

«Mandragola» assume i registri del comico ma fa critica sociale. Dove Machiavelli cela i messaggi?

«Nelle battute dei caratteri si ritrovano brandelli di massime, teorizzazioni, emerse dallo straordinario epistolario di Machiavelli, che ce lo mostra nella sua complessità e ricchezza umana, oltre che intellettuale, e dalle opere maggiori di teoria politica. Questo significa che, mettendo in bocca ai cittadini teorie politiche, sta gridando un allarme, poiché la politica a suo parere non va affidata ai privati ma a uomini eccellentissimi».

Qual è il personaggio più attuale di «Mandragola»?

«Sono tutti attualissimi. Tra i più straordinari è Ligurio. Erede del servo della commedia classica terenziana, ha però uno scatto in più. Con la frase “il tuo sangue si affà col mio” dice a Callimaco che il suo piacere di beffare gli altri è fine a se stesso. Questo lo rende modernissimo, una sorta di pre Jago shakespeariano. Machiavelli è stato per i drammaturghi elisabettiani una miniera cui attingere. Il machiavellismo poi è diventato una lettura parzialmente distorta del suo pensiero. Ad esempio, non ha mai detto la fase “il fine giustifica i mezzi”».

Nell’agorà dello Spazio Bignardi, contaminando materiali di scena contemporanei e atmosfere d’epoca, fra travestimenti e parodie, la musica originale del compositore rinascimentale Philippe Verdelot conserva un ruolo di primo piano.

«Machiavelli, in realtà, quando scrive Mandragola non la pensa con inserti musicali. Derivano da una messa in scena che gli viene commissionata da Francesco Guicciardini. Il controcanto critico rispetto alla vicenda principale diviene un intarsio tra musica e parola. Gran parte della drammaturgia della storia del teatro è scritta con una forte componente musicale. L’abbiamo persa per ansia di realismo».

 

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