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IL CASO

Minacce e proiettili: condannato l'ex pentito di mafia diventato usuraio

18 gennaio 2020, 05:08

Minacce e proiettili: condannato l'ex pentito di mafia diventato usuraio

GEORGIA AZZALI

Il «fiore» - il segno dell'affiliazione -, l'aveva chiesto quando ancora era nello stesso penitenziario di Antonio Capriati, il boss della mafia barese. E alcuni mesi dopo, il «battesimo» fu celebrato sempre in carcere. Sono passati quasi vent'anni, e nel frattempo Marcello Loiacono, 40 anni, ha vissuto varie vite: affiliato, collaboratore di giustizia (uscito dal programma alla fine del 2017) e aiuto cuoco nel Parmense, finché un anno fa si è ricacciato nei guai. Da ex pentito a cravattaro, era stato scovato dalla Squadra mobile. E nel mirino era finita anche la moglie Anna De Santis, 44 anni, anche lei ex pentita, nonostante negli ultimi tempi i rapporti tra i due si fossero raffreddati. Affari prestando soldi a strozzo, con tassi anche del 450%: questa l'accusa che l'altro ieri è costata a Loiacono una condanna a 5 anni e 6 mesi. Tre anni e mezzo, invece, per la moglie. Il collegio, presieduto da Gennaro Mastroberardino, è andato ben oltre le richieste del pm Paola Dal Monte, che alla donna aveva riconosciuto la minima partecipazione. Via anche alla confisca dei beni finiti sotto sequestro. Riconosciuti, poi, 85mila euro complessivi di provvisionale alle parti civili costituite.

Eppure Loiacono aveva fatto «mea culpa» per due dei quattro capi d'imputazione, negando ogni responsabilità per le altre due accuse, ma sul conto finale dei giudici sono finiti tutti i reati contestati. Così come per Anna De Santis, a cui il tribunale ha attribuito un ruolo effettivo di braccio destro.

Lavoratori dipendenti ma anche imprenditori: vari i clienti che si erano rivolti alla coppia. Pronta a tutto, fino a costringere - secondo l'accusa - una coppia di imprenditori della provincia e la titolare di una copisteria in Oltretorrente a cedere le propria attività. Nel febbraio dello scorso anno il negozio era però stato sequestrato dalla Mobile, dopo il via libera del gip, e affidato a un amministratore giudiziario. La titolare aveva cominciato a boccheggiare già dopo aver ricevuto il primo prestito, nel febbraio del 2015: 5.000 euro. Che nel giro di cinque mesi erano diventati 8.000. Una cifra che aveva costretto la commerciante a chiedere altri soldi, finendo per essere risucchiata in una spirale senza fine. I prestiti - sempre di 5.000 euro - erano andati avanti fino alla primavera del 2016, ma spesso Loiacono avrebbe trattenuto una parte della somma pari alla rata precedente che la donna non era riuscita a saldare. Tanto che alla fine alla commerciante non restò che farsi da parte: dovette cedere la maggioranza delle quote di proprietà della copisteria a un prestanome dell'ex collaboratore di giustizia che poi, senza far sapere nulla alla donna, le trasferì a un'altra testa di legno che a sua volta passò le quote a una società di cui erano titolari l'ex pentito e la moglie. Insomma, una serie di finti passaggi di proprietà per far sì che l'attività finisse nelle mani dei due usurai.

E i clienti non mancavano. Anche perché i metodi di Loiacono sarebbero stati molto «convincenti»: minacce di morte e confezioni di proiettili recapitati a domicilio. Nemmeno la malattia dei creditori: l'avrebbe fermato. «Io sono uscita dall'ospedale con tutti i drenaggi, mi sono recata al bancomat e ho prelevato il necessario e l'ho portato con me al ristorante per consegnare il denaro», aveva raccontato una delle vittime agli investigatori.

Gli affari prima di tutto. Senza lasciarsi impietosire.

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