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SPETTACOLI

Monica Nappo: «Con Alessandro Gassman fiducia e complicità»

21 gennaio 2020, 05:01

Monica Nappo: «Con Alessandro Gassman fiducia e complicità»

CLAUDIA OLIMPIA ROSSI

Attrice autentica, convinta che la grandezza, come ha imparato lavorando con mostri sacri del calibro di Woody Allen, vada sempre a braccetto con l'umiltà, interprete di cinema, teatro, televisione, autrice e regista, la poliedrica Monica Nappo è ora Bettina, personaggio chiave de «Il silenzio grande» . Lo spettacolo di Maurizio De Giovanni, per la regia di Alessandro Gassman, anche con Massimiliano Gallo, Stefania Rocca, Paola Senatore e Jacopo Sorbini, va in scena stasera alle 21 al Teatro Verdi di Busseto.

Gruppo di famiglia in un interno, «Il silenzio grande» racconta gli stravolgimenti della vita sullo sfondo apparentemente immobile della casa di famiglia. Che ruolo ha la cameriera Bettina?

«Lavorando da sempre nella famiglia del professore, ne conosce vita e miracoli. Bettina ha facilità, essendo meno strutturata mentalmente di lui, nel cogliere gli aspetti della realtà. Il personaggio mi piace molto perché permette anche di spaziare nel tragicomico. Inoltre l'autore cambia spesso le carte in tavola, sorprendendo qui come nei suoi libri».

Si parla di felicità perduta, compresa solo quando è ormai svanita.

«A volte piccole cose non dette si sommano fino a far diventare le crepe familiari dei burroni. La forza dello spettacolo è rivelare tematiche universali».

Come si trova con Alessandro Gassman - con cui aveva già lavorato, entrambi interpreti, nella serie tv «I bastardi di Pizzofalcone», sempre su testo di Maurizio De Giovanni - alla regia?

«Benissimo come colleghi sul set: nei panni dell'ispettore Lojacono, mi aveva arrestata. Anche sul palco si è instaurato da subito un clima di fiducia e complicità. E' molto bello quando un regista ti lascia la libertà di esprimerti. Con gli altri attori siamo diventati un gruppo molto affiatato, sempre una forza aggiunta a teatro».

Ha recitato diretta da grandi registi, tra cui Mario Martone, fin da giovanissima, Toni Servillo, Silvio Soldini, Matteo Garrone, Ferzan Ozpetek e Woody Allen. Cosa le hanno insegnato?

«Io noto che quando si è grandi si è sempre umili. Questa è una cosa che riscontro ovunque, nel cinema, nel teatro. Umili e curiosi. Mi vengono in mente tanti momenti particolari ed emblematici. Woody Allen è una persona molto divertente e alla mano, adora ascoltare quando lo fai ridere. Una volta gli ho fatto un discorso su una scena che stavamo per girare con Benigni. Lui, dopo un po', mi guarda e mi fa, con il consueto humour: mi puoi dire tutto dall'altro orecchio, perché sono sordo?».

A proposito di humour, lei porta in Italia testi inglesi, come «Ogni bellissima cosa» (visto anche a Teatro Due, in novembre). In base a quale criterio li sceglie e qual è il loro valore aggiunto?

«Ho vissuto per tredici anni a Londra. La formazione che non avuto in Italia, dove ho iniziato a fare teatro subito con dei grandi, l'ho maturata in Inghilterra. Mi piace molto la loro considerazione della condivisione con il pubblico. La parola semplice per loro non coincide con banale, cosa che a volte noto in Italia, dove spesso si cerca di fare le cose complicate, altrimenti si teme di non essere abbastanza artisti. Hanno una scrittura teatrale altissima, piena di sottotesti, e una lingua pazzesca. Li traduco anche, in genere. Ho scelto “Ogni bellissima cosa”, al terzo anno di tournée, prodotto da Fondazione Teatro Due di Parma e Nutrimenti Terrestri, perché parla, in modo molto semplice e vero, della depressione e di che cosa ci può spingere ad aver voglia di vivere. Credo che il teatro si faccia per sentirsi meno soli».

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