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Intervista

Niccolò Fabi: «Al Regio porto la mia storia»

29 gennaio 2020, 05:01

Niccolò Fabi: «Al Regio porto la mia storia»

PIERANGELO PETTENATI

Quando è partita, «Tutti a teatro» aveva il senso dell’invito; ora, a distanza di sei mesi, il nome dato alla rassegna al Teatro Regio, organizzata da Arci e Caos Organizzazione Spettacoli con la direzione artistica di Marcello Fava, è un dato di fatto. La conferma è il «tutto esaurito» realizzato da Niccolò Fabi per il concerto di domani alle 21.

Raggiunto al telefono, l’artista romano mostra la sensibilità, la profondità e l’umanità trasmesse dalle sue canzoni.

Partiamo dal titolo dell’album, «Tradizione e tradimento». Dove sta l’una e dove sta l’altro?

«Non si tratta di trovare questi due elementi all’interno del mio disco, ma del fatto che in tutte le scelte che dobbiamo effettuare nella nostra vita siamo spinti da queste due forze. A volte diamo ascolto a ciò che ci conforta e già conosciamo e a volte ci affidiamo a un rischio, alla possibilità di cambiare e quindi di tradire noi stessi. Le canzoni nascono nello spazio tra questi due concetti».

Una delle canzoni chiave è «Io sono l’altro». Perché è così difficile immedesimarsi nell’altro, chiunque esso sia?

«Negli ultimi anni si è molto esasperata la tematica del diverso, dell’accettazione dell’altro, dell’altro che rappresenta il pericolo e la possibilità che ci porti via qualcosa di nostro. Questo per ragioni nemmeno troppo filosofiche o culturali, ma anche solo per ragioni elettorali. Secondo me, l’importanza di raccontare queste cose continuerà ad aumentare, perché nessun muro potrà arginare una crescita demografica che porterà sempre più persone su questa terra e sempre più persone a muoversi da dove si vive peggio a dove si vive meglio. Anche solo per ragioni di sopravvivenza dovremo imparare a parlarne».

Il precedente disco era stato realizzato in solitaria, mentre qui si sente un lavoro molto diverso; come e dove è nato?

«Questo è stato concepito in giro e con l’aiuto di altre persone tra le quali Roberto Angelini e Pier Cortese, che saranno con me anche sul palco, e di Costanza Francavilla, una producer italiana che vive a Ibiza. È un lavoro itinerante e corale nato per raccontare in un’atmosfera sonora diversa, in cui le canzoni potessero essere amplificate da un contesto meno bucolico e ma con una maggiore tensione e inquietudine».

Nelle sue canzoni c’è molta attenzione per i temi, le frasi, il senso del testo; musica e parole come si fondono?

«Le canzoni nascono da un pensiero, dal voler raccontare uno stato d’animo. Poi le due cose si incontrano come accade a volte nei matrimoni felici: due elementi nati per essere indipendenti che trovano una loro relazione».

Che tipo di concerto sarà?

«La scaletta è una storia costruita dai capitoli che ho, una storia che si comprende anche attraverso le nuove canzoni. Non sarà una semplice presentazione del disco nuovo».

Di tutte le polemiche sui testi delle canzoni, di Sanremo ma non solo, cosa ne pensa?

«Delle polemiche attorno al Festival non parlo perché è una polveriera ed è assolutamente inutile esprimere un parere su questo. Che l’arte abbia sempre avuto dentro di sé degli elementi disturbatori e disturbanti, che abbia raccontato anche la parte più violenta, più luciferina degli esseri umani non è una novità. La differenza è nella qualità. Il linguaggio delle canzoni dell’ultimo periodo è un linguaggio molto quotidiano, ordinario, semplice, fatto di fotografie della quotidianità, e per questo rischia che la tematica possa essere banalizzata. Il problema è il contesto, se si vuole utilizzare questo linguaggio per far parlare biecamente di sé oppure per una forma artistica».

 

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