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EUROPA ADDIO

Brexit, la paura degli emigrati per il divorzio dalla Ue

02 febbraio 2020, 05:05

Brexit, la paura degli emigrati per il divorzio dalla Ue

MONICA ROSSI

Il fatidico «day after» è giunto e da Oltremanica i parmensi contattati cosa pensano ora della Brexit? C’è chi la critica aspramente, e chi invece plaude; chi palesa scenari nefasti, come la perdita di manodopera e professionalità perché si mormora che gli europei stiano tornando a casa, e chi invece trova le preoccupazioni infondate.

UNA NUOVA ENERGIA
Tra gli ottimisti c'è Claudio Agazzi, imprenditore bedoniese che ha avviato la sua attività in Gran Bretagna nel 2013. «Capire come funziona l’economia nel Regno Unito non è semplice. Ma di contro, per uno che ci vive e ci lavora è ancora più difficile capire quella italiana. In tanti anni quello che mi ha piacevolmente colpito qui è la ricerca della semplificazione. La tutela degli interessi dell’imprenditore prima ancora che quelli dello Stato. L’Iva a credito non la devi chiedere, ad esempio, ti arriva. Il rapporto tra Stato e privato poi non è vessatorio o inquisitorio, bensì di rispetto. Certo, se fai il furbo sei punito, se non lo fai sei premiato. Se cresci, sei premiato. Ricordo la prima volta che ho chiesto al commercialista inglese quante mensilità avrei dovuto pagare per un dipendente, non ha capito la domanda. Mi ha risposto: “ci sono 12 mesi.” Morale: là, la busta paga la potrei fare anche io. Qui non riesco neppure a leggerla!». Agazzi poi aggiunge: «In questi anni, è vero che c’è stata molta confusione, anche tra i residenti. Ho visto una Londra negli anni un po’ in difficoltà e non solo per l’uscita dall’Unione europea. La sensazione però ora è che dopo il 12 dicembre (data delle ultime elezioni, ndr) sia tornata l’energia. Mi dicono che c’è una crescita di ricerca di case proprio a partire da quella data. Mi rendo conto che non sarà facile, di facile non c’è nulla, ma quando le cose sono certe e sai che nessuno lavora contro di te, hai più voglia di fare. Lo scenario futuro? Credo non dipenderà da quanto sarà forte il Regno Unito, ma da quanto sarà debole l’Ue». «Qui non è cambiato un bel niente. Anzi, in questo primo giorno di Brexit, abbiamo avuto una bellissima giornata di sole!», ironizza Margherita Serpagli, che si è trasferita a Londra nel 1987 e ha tempo fino a dicembre 2020 per mettersi in regola con il permesso di soggiorno permanente

OCCHIO AL PERMESSO
Secondo alcuni però, riuscire ad ottenere questo permesso non è una certezza, come fa notare Cristof Aramini, italo-francese di origini parmensi emigrato in Gran Bretagna nel 2003 e cittadino inglese dal 2011. «La settimana scorsa, i quotidiani inglesi, tra cui «The Guardian» e l’«Indipendent», hanno riportato una notizia che ha del grottesco: a Claude Bosi, rinomato chef di origini francesi, mente e anima del londinese «Bibendum», detentore di due stelle Michelin, è stata rifiutata la domanda di soggiorno permanente, da lui richiesta lo scorso 29 ottobre dopo 23 anni di permanenza e dopo aver cucinato finanche per la Regina Elisabetta. Siamo in molti a temere che il futuro non sarà così roseo come vogliono farci credere. Uscendo dall’Unione, penso che la Gran Bretagna possa trovarsi in difficoltà: dovrà competere con i colossi, come Cina, Usa e la stessa Europa unita. Benché i più lo neghino, stanno già lasciando il Paese molti europei, tra cui anche gli italiani, che fino a pochi mesi fa lavoravano ad esempio nella ristorazione: non sono lavori umili, ma faticosi sì, che prevedono molte ore notturne e durante i fine settimana. Lavori che gli inglesi non vogliono fare. E poi, pare se ne stiano andando, o comunque non stanno più arrivando, molti medici e operatori sanitari».

LA FUGA DEI CAPITALI
Anche Andrea Convalle, designer parmigiano che vive a Londra dal 1983 e in regola dallo scorso dicembre, è dell’idea che l’uscita del Regno Unito dall’Unione sarà un disastro. «La Brexit non avrà ripercussioni sulla mia professione, ma credo l’avrà invece per la qualità della vita nel Regno Unito. Intanto, se ne stanno andando i capitali: l’azienda per la quale lavoro, ad esempio, ha già trasferito la sede principale a Malta, pur mantenendo operativo l’ufficio londinese. Poi, c’è la spinosa questione del Servizio sanitario nazionale, che temiamo possa essere svenduto agli americani: siamo già a corto di personale medico e infermieristico, il cui numero è sceso drasticamente negli ultimi tre anni. Ma non solo: temiamo che Boris Johnson possa azzerare i diritti umani, occupazionali e ambientali dei cittadini inglesi».

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