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Storia

1488, nasce la Banca del Monte

03 febbraio 2020, 05:01

1488, nasce la Banca del Monte

Pubblichiamo, in occasione del 532° anniversario della fondazione della Banca del Monte di Parma, un contributo del direttore dell'istituto di credito nel periodo 1984-1990.

GIOVANNI TOMMASINI

Nella seconda metà del Quattrocento i parmigiani erano ridotti in miseria e alla fame. Il Pezzana nella sua «Storia della città di Parma» scriveva: «La città era impoverita cotanto di robe e di persone, che, considerato quello che era avanti la guerra assumeva piuttosto sembianza di città abbandonata che di popolosa». La guerra di cui parla il Pezzana era quella di Ludovico il Moro contro Pier Maria Rossi. Negli anni ‘80 dello stesso secolo un predicatore, Bernardino da Feltre, frate francescano dell’ordine dei Minori Osservanti, attirava molta gente con le sue apprezzate prediche e la sua vita era tutta spesa a soccorrere i bisognosi che la miseria e la fame inducevano a ricorrere all’usura.

Col suo zelo e le sue capacità si dedicò, come altri suoi confratelli, alla creazione dei monti di pietà, istituzioni che consentivano alla gente di ottenere un prestito su pegno ad un modesto costo ed in certi casi senza alcun onere.

Bernardino da Feltre, chiamato «il Piccolino» per la sua bassa statura, predicò ed operò in diverse città convincendo i ricchi a donare per la fondazione dei monti di pietà a Perugia a Mantova a Piacenza e altrove. Se ne ha di lui un’immagine in diverse opere pittoriche, una di queste si trova nella chiesa di San Bartolomeo, un’altra in un quadro che era collocato nei locali della Banca Monte Parma e che lo rappresenta con in mano il simbolo del sacro Monte (denari compresi) e il cartiglio «Mons Pietatis» e la raccomandazione «Habe Illius curam».

Anche nella nostra città, il 27 gennaio 1488, Bernardino ottenne, con la sua caparbietà, la fondazione del monte di pietà a Parma.

Le carte ufficiali del tempo definirono l’atto «Erectio Sacri Montis Almae Civitatis Parmae». Nel '400 anche altri frati predicatori riuscirono a fondare monti di pietà, Michele Carcano fondò il Monte di Bologna, Francesco da Bologna quello di Modena, Giacomo Ungarelli quello di Ferrara, Andrea da Faenza a Piacenza, per citarne alcuni. Il Monte dei Paschi di Siena invece ebbe tutt’altra origine e funzione. Poiché i monti primigeni furono promossi da frati dell’ordine dei Minori Osservanti, qualcuno si azzardò a scrivere: «la finanza nasce francescana».

Come s’è detto, il patrimonio dei monti era costituito da offerte delle persone ricche convertite e sollecitate dalla efficacia delle prediche di Bernardino da Feltre e dai suoi confratelli nonché dal ricavo delle questue durante le processioni.

In più, al nostro monte fu assegnato dal Comune di Parma la somma annua di 100 ducati d’oro in rate mensili a partire dal 1° gennaio 1489. Poi, a confermare e rafforzare l’importanza e il valore della fondazione del Monte di Parma, intervenne la Bolla del 16 giugno 1488 del Pontefice Innocenzo VIII. Il primo statuto fu redatto con vera competenza e saggezza coi suggerimenti di Bernardino e garantiva serietà e rigore nella amministrazione e nella gestione dell’Ente. L’amministrazione era demandata a «Presidentes», che oggi definiremmo membri del consiglio di amministrazione. Ne facevano parte per norma statutaria, un canonico della Cattedrale, il priore del Convento di San Giovanni Evangelista, il Guardiano del Convento dei Minori Osservanti, il priore di San Sepolcro oltre a nove secolari di tre «classi»: tre dottori in diritto canonico o civile, tre commercianti e tre gentiluomini.

I laici duravano in carica quattro anni e si estraevano a sorte fra 12 nominativi per «classe» in tutto fra 36 persone note e di provata rettitudine. Lo statuto prescriveva che dei nomi delle tre «classi» se ne formasse un «Bussolo» per l’estrazione a sorte.

Lo stesso statuto ordinava che tale estrazione, in piazza Duomo, venisse fatta in modo rigoroso presenti il vescovo o suo delegato, il ducale governatore, il podestà, uno dei rettori dell’Arte della Lana, il priore del Collegio dei dottori giuristi, il priore dei rettori dell’Ospitale Grande. Non si hanno dati contabili interpretabili e completi sulla gestione e sul numero e ammontare delle operazioni, tuttavia si ha certezza che il Monte aveva una gestione efficiente ed efficace. Si ha notizia, infatti, che il 13 dicembre 1491 Bartolomeo Baldichini e Baldassarre de Neroni, l’uno depositario e l’altro cassiere, informavano Bernardino che la gestione procedeva bene tanto che Baldassarre, stanco per l’eccessivo lavoro voleva andarsene; inoltre gli stessi proponevano l’apertura di un’altra sede (diciamo un altro sportello).

Il monte non aveva una sede di sua proprietà ma, almeno fino alla prima metà del 1500, operava solo nelle vicinanze della chiesa di San Tiburzio in un immobile di proprietà della famiglia Neroni. Si ha notizia che nell’aprile 1536 operava anche in «vicinia Santi Alexandri».

Benassi, nella sua Storia di Parma ci riferisce che nel cinquecento fu aggiunto un terzo sportello. Ecco perché siamo autorizzati a ritenere che questo nostro monte funzionasse bene.

Queste istituzioni furono importanti per la loro funzione sociale ed economica, soprattutto nei loro primi secoli di vita, necessarie per i poveri (pauperes) che ottenevano denaro senza costi, utili per coloro che avevano una piccola attività (definiti pauperes pinguiores) ai quali, tuttavia, era richiesto un piccolo contributo per le spese di gestione. Qui si può parlare di tasso d’interesse: all’epoca era cambiato il concetto di «usura», prima attribuito ad ogni forma di compenso richiesto per il denaro prestato. La morale cristiana definì poi «usura» solo l’eccesso del compenso (tassi d’interesse) per il denaro prestato. Sulla natura giuridica di queste istituzioni il legislatore fino alla fine dell'Ottocento le considerava «opere pie».

La legge 3 agosto 1898 definì i monti istituzioni di indirizzo sociale e creditizio e successivamente un’altra legge li distinse secondo la loro dimensione, di primo o secondo grado. Mentre per i minori se ne dispose la fusione con le casse di risparmio, gli altri divennero veri istituti di credito e sottoposti alle norme che regolavano le stesse casse di risparmio. Si pensi, ad esempio, alla Banca del Monte di Milano, alla Banca del Monte di Bologna, alla Banca del Monte di Rovigo e quella nostra di Parma.

La legge Amato (legge 218 del 30 luglio 1990), in relazione alla direttiva europea in materia creditizia, portò una profonda trasformazione nelle Banche del Monte e nelle Casse di Risparmio. La legge separò la funzione creditizia di questi istituti dalla loro funzione sociale e filantropica: per la prima funzione si doveva costituire una società le cui azioni erano intestate ad una fondazione (azionista quindi della banca) al quale ente era devoluta la funzione sociale, filantropica regolata da norme. Quel che era un «pio istituto» fondato dal Beato Bernardino da Feltre nel 1488, che sopravvisse anche alla confisca dei beni dall’armata di Napoleone durante la Campagna d’Italia del 1796, ai tempi nostri diventò Banca Monte Parma, che ebbi l’onore di dirigere fino al settembre 1990, mentre la sua funzione d’interesse sociale prosegue efficacemente ancora oggi con la Fondazione Monte di Parma, che «persegue esclusivamente scopi di utilità sociale e di promozione dello sviluppo economico» nella nostra provincia.

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