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Carabinieri

Il luogotenente Ragusa è andato in pensione

03 febbraio 2020, 05:02

Il luogotenente Ragusa è andato in pensione

ROBERTO LONGONI

Soccorso, provincia di Messina. Già il nome del paese natale richiama una predisposizione. Si aggiunga poi «il rispetto delle istituzioni nel quale mi educarono mio padre calzolaio e mia madre contadina», si aggiunga l'emozione sempre rinnovata alla vista del pulmino 850 dell'Arma e dell'appuntato impegnato nella saltuaria visita a quel pugno di case, e  in prospettiva si intravvede un'uniforme.

Quel bambino di 50 anni fa non poteva che diventare carabiniere. E tale fu la fretta che la divisa l'indossò prima ancora che gli spuntasse la barba. Quella barba che, più o meno lunga, lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera. Francesco Ragusa aveva 17 anni e mezzo, quando si arruolò. «Partii all'alba del 20 giugno 1977. “Ora vai” mi salutò uno dei miei tre fratelli abbracciandomi sul balcone. Presi la corriera per Messina con papà e mamma. I miei rimasero in Legione con me fino a quando il maresciallo non disse che, con loro presenti, io non sarei mai diventato carabiniere». Così, lasciata la sua numerosa famiglia, Francesco ne trovò un'altra, ancora più grande. Sono trascorsi 42 anni e mezzo da quel giorno: Ragusa, storico comandante di Parma Oltretorrente e, negli ultimi tre, della stazione di Vigatto Corgagnano è andato in pensione, lasciando la propria scrivania al luogotenente Carlo Padova. Ha «cessato il servizio», preferisce dire lui. E servizio, oltre a lavoro, significa vicinanza, abnegazione.

Un maresciallo all'antica. Un misto di operatività, fiuto e umanità. Più che i successi da detective gli viene da raccontare le piccole vittorie che non fanno notizia. La gioia di un contadino al quale ha ritrovato una mucca gravida rubata e quella di un'anziana alla quale ha fatto restituire le migliaia di euro delle quali è stata truffata... «Una signora mi chiamò da via Pellico: un anziano che si ostinava a ripetere di abitare lì pretendeva di entrare in casa sua» racconta Ragusa, riavvolgendo il nastro dei 17 anni da comandante dell'Oltretorrente. Fu nella propria memoria che il luogotenente risolse il caso (dal pianerottolo, nel frattempo, l'anziano era sparito). «Anni prima nel palazzo stava un signore che, malato, si era trasferito a Ventimiglia». La telefonata di Ragusa raggiunse la moglie disperata dell'uomo. «Maresciallo, mio marito è sparito» esclamò lei. Non c'erano dubbi: quell'anziano era lui. Venne rintracciato e portato in caserma e riconsegnato sano e salvo alla moglie. «Questi fatti ti riempiono di gioia. Il carabiniere deve andare sul posto, deve vivere tra la gente, essere curioso, ascoltare».

Ce ne sono, episodi di questo tipo, lungo una carriera che lo portò a Campobasso e poi a Genova, a operare nella zona del porto («Ero un ragazzino: mi usavano per gli appostamenti in borghese»). Vinto il concorso per allievi sottufficiali, arrivò in Emilia da vicebrigadiere nell'80: Guastalla la prima destinazione. Due anni e mezzo di Radiomobile, poi, fino all'87 comandante della squadra di polizia giudiziaria e fino all'89 al Nucleo operativo. A chiamarlo a Parma fu Pietro Gallese, allora colonnello: nel Nucleo investigativo di via delle Fonderie, in una mitica squadra di detective chiamata a risolvere tra gli altri gli omicidi della Mimma e di Giorgia Pelagatti (entrambi nel 1995) e di Gandolfi (1997). Se costretto a parlarne, più che i successi investigativi Ragusa ricorda gli aspetti umani, il dolore. Nel settembre del 1999, l'incarico «storico», in Oltretorrente. Altro dolore, con gli omicidi Tincati (2005) e Pavarani (2016) da risolvere. Ma anche vite da raddrizzare, soprattutto con la comprensione. «Una madre che ti ferma per strada e ti dice che il figlio non si droga più; un uomo che ti avvicina ricordandoti: “Lei è stato l'unico che mi ha trattato da uomo in un momento in cui ho sbagliato. Grazie”». Soprattutto queste sono le medaglie appuntate al petto, del cavaliere (lo è diventato nel 2015, e ci vollero mesi perché lo scoprisse) Ragusa, sulla divisa che si è tolto, per quanto possibile. «Sono nato per indossarla - confessa -. E ricomincerei tutto da capo».

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ROBERTO LONGONI Soccorso, provincia di Messina. Già il nome del paese natale richiama una predisposizione. Si aggiunga poi «il rispetto delle istituzioni nel quale mi educarono mio padre calzolaio e mia madre contadina», si aggiunga l'emozione...

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