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IL REPORTAGE

Un parmigiano al Superbowl

di Matteo Scipioni -

04 febbraio 2020, 05:07

Un parmigiano al Superbowl

MIAMI (Florida) - Con Antonio ce l’eravamo promesso un anno fa, alla fine della scorsa stagione, con un messaggio (una battuta ironica) nel pieno della delusione sportiva, ben diversa comunque da quella di questa sera: “L’anno prossimo saremo a Miami, prendi i biglietti”. Lo dico subito: sono di parte, tifo San Francisco 49ers da quando sono ragazzino, un anno fa avevamo vinto 4 partite perdendone 12, roba da retrocessione calcistica. Oggi, impensabile e incredibile, abbiamo giocato il Superbowl, la megafinale, e abbiamo perso. Nessuna festa.

Ma la promessa, rafforzata e scandita partita per partita durante la stagione - comunque meravigliosa - andava mantenuta. Miami, eccoci. Tutto organizzato in 2-3 giorni, visto che nessuno ha la sfera di cristallo (sempre sportiva). Appena sai che la tua squadra giocherà la finale ti guardi con l’amico, scoppi a ridere nel pieno dell’esultanza e dici: “L’avevamo detto, facciamolo”. Ma soprattutto il tempo inizia a correre veloce. Piccola avvertenza per chi non segue il football americano: per appassionarti a una squadra ci vogliono minimo dieci anni, quanto basta (salvo casi eccezionali e eccellenti) per vedere i tuoi colori in alto, in basso e di nuovo in alto. Forse.

Undici ore di volo, si parte da Malpensa, dove più di un barista è incavolato per l’incontrollata presenza di turisti cinesi che si mescolano ai viaggiatori muniti (in tanti ma non tutti) di mascherina. Psicosi e preoccupazioni, ma non isterismi fortunatamente, da coronavirus. All’arrivo applausi per il pilota: è il suo ultimo volo dopo 35 anni di servizio, sull’aereo ci sono anche la moglie e il figlio.

Umidità alle stelle in Florida. All’aeroporto, qua e là, predomina il rosso, il colore principale delle due squadre. Ci si saluta e ci si saluterà per tutto il tempo tra tifosi della stessa “fazione”, con pollice verso e qualche “buuu” agli avversari. Tutto all’insegna della sportività e del sorriso. Diciamolo pure, un ambiente (soprattutto sul versante della sicurezza) impensabile nel mondo del calcio del nostro Paese. Alta stagione turistica in una Miami tirata a lucido per l’evento che paralizza una nazione. Difficile trovare un “buco” per dormire, così come un biglietto per lo stadio, il meno caro viene staccato, ufficialmente, per 4.500 dollari. I bagarini arrivano a chiedertene 7mila. Folle. Sceglieremo la via più semplice possibile, cioè vedere la partita in un bar stracolmo di gente, dove l’evento sportivo per molti passa in secondo piano rispetto al concerto di metà partita (halftime show) di Shakira e Jennifer Lopez. Esibizione sottolineata da grida e cori come se le due star si stessero esibendo lì.

In città più tifosi da Kansas City (4 ore di volo) che da “San Fra” (7 ore). Tante le magliette dei giocatori (vendute) che ti passano davanti agli occhi: da una parte predominano quelle di “Mahomes” dall’altra quelle di “Kittle”. Strano, non incontreremo un italiano, ma conosceremo invece tantissimi tifosi con origini nel Belpaese. Ce lo sottolineeranno con orgoglio ammettendo con un pizzico di dispiacere che non parlano una sillaba di italiano.

Tra questi Mike, appassionato dei “niners” di lunga data, con il padre trevigiano. Tifoso ottantenne rosso-oro anche lui. Mike è una fonte inesauribile di aneddoti della nostra squadra, impossibile non ascoltarlo.

Miami non offre difficoltà logistiche grazie alla “vulcanica” e “inesauribile” Renee, presidentessa di un chapter (club) della Florida dei 49ers. Per l’occasione ha preparato una torta che riproduce un campo da football con i colori rosso oro e il casco. Torta che avrà un gusto molto amaro. Da una parte Bayfront Park con la “cittadella” della Lega (Nfl): un lungo prato sintetico che riproduce il campo da gioco con stand, fuochi d’artificio, colori, ospiti, iniziative, palme e mare come cornice. Dall’altra parte, attraversato il ponte MacArthur c’è la leggendaria South Beach con Ocean Drive e la cittadella della “Fox” (il broadcast che aveva i diritti della diretta): ospiti, star, colori ed eventi. Qui, come cornice, oltre alle immancabili palme, un’infinità di locali. Colonna sonora la musica latinoamericana “bagnata” da mojito, cerveza e margaritas.

Terzo polo, il centro congressi, trasformato in una sorta di parco giochi-museo dove rivivere - dai 5 ai 70 anni - le esperienze (e le emozioni) di gioco e rivedere, con schermi e memorabilia cent’anni di storia di questo sport. Interminabile coda - un’ora - per farsi una foto con il Vince Lombardi trophy (il trofeo che viene consegnato ai vincitori). In tanti, in giro per la città, onorano con magliette varie la memoria di Kobe Bryant. Camminando per le vie ti capita anche che qualcuno ti lanci un pallone: devi essere pronto a prenderlo per evitare che ti schizzi a metri di distanza e fare una pessima figura. Solo che in America il football lo giochi fin da bambino e un minimo di manualità ce l’hanno tutti... Tributi sparsi qua e là a veterani e ai vigili del fuoco, considerati autentici eroi da queste parti. Anche se le droghe leggere qui sono permesse, basta che qualcuno esageri (con l’alcool in primis) per essere circondato e “sgridato” per bene. Ci si continua a salutare tra tifosi della stessa squadra e, in modo particolare, tra tifosi con la maglietta dello stesso giocatore: piovono foto, selfie e pacche sulle spalle. Non solo: pioverà in tutti sensi una sera, una vera e propria tempesta. Ma tranne che per alcune strade allagate, nessun danno. Qui, ci dicono, sono abituati. Piove, ma la temperatura è elevata: impressionante.

Per noi è andata male, un grattacielo bello grosso ripropone - squarciando la notte dopo il Superbowl - i colori giallorossi e lo stemma dei nuovi campioni del mondo, i Kansas City Chiefs. La strada sopraelevata che lo costeggia è già lunga di per sé, il fatto che hai perso la fa diventare interminabile. Intanto le sirene si confondono con i suoni della festa a South Beach che per i tifosi dei “Chiefs” durerà fino a notte fonda. Per noi è meglio tornare in hotel e pensare, tristemente, al ritorno. Ma... già oggi inizia la nuova stagione.