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L'UOMO-VAR

Mazzoleni: 'La tecnologia aiuta tanto, gli uomini possono sbagliare'

12 febbraio 2020, 05:01

Mazzoleni: 'La tecnologia aiuta tanto, gli uomini possono sbagliare'

PAOLO GROSSI

Paolo Mazzoleni, 46 anni a giugno, è stato arbitro internazionale sino alla scorsa stagione. Ha chiuso una carriera con 210 gare dirette in A e varie altre nelle Coppe Europee in Roma-Parma, ultima di campionato con l’addio giallorosso di De Rossi. L’altra sera Mazzoleni ha incontrato gli arbitri di Parma in una serata di aggiornamento alla sede Aia di Moletolo. A 24 ore di distanza dai «fattacci» di Parma-Lazio non potevamo non chiedere un suo parere, pur sapendo quanta riservatezza usino gli arbitri su questi temi. Anche perché oggi il bergamasco Mazzoleni è uno dei quattro Var Pro, cioè arbitri che per raggiunti limiti di età non vanno più in campo ma che svolgono la mansione di Var.

«In questo ruolo mi manca ovviamente il campo - ammette subito Mazzoleni - ma sapevo di dover chiudere. Questo è un incarico diverso e molto stimolante, innovativo. Lo svolgo con grande entusiasmo. Mi piace la spinta a migliorare. E’ probabilmente l’innovazione più importante degli ultimi anni e una risorsa incredibile».

Quando segue una partita in tv si immedesima più con l’arbitro in campo o con il Var?

«E’ poco che ho smesso e ancora mi vien naturale ragionare come l’arbitro, poi vari episodi mi confermano l’importanza del Var per ridurre drasticamente gli errori che un volta costavano notti insonni a un arbitro e adesso vengono risolti in pochi secondi».

Il Parma sta ancora bruciando per l’arbitraggio di Di Bello con la Lazio. Come può commentare questa sensazione?

«Non sono nella condizione di valutare le decisioni, tra l’altro ero fare il Var al derby di Milano e non ho seguito in diretta la gara. Confermo però che la tecnologia è uno strumento straordinario, solo che è in mano agli uomini, che sono fallibili. Non s'è mai pensato che azzerasse la possibilità di errore. A volte poi si montano castelli ma alla base c’è cattiva informazione o scarsa conoscenza dei protocolli che noi applichiamo. Se sapremo conservare la fiducia degli addetti ai lavori e dei tesserati potremo far crescere questo nuovo modo di arbitrare e se ne gioverà tutto il calcio, non solo gli arbitri».

In effetti molto se ne parla, poco se ne sa…

«Il Var non è improvvisazione. Ci atteniamo a protocolli rigidi, che magari andranno ridiscussi ma che sono attualmente in vigore e ben noti a tutti gli arbitri. Il Var insomma entra in azione solo a determinate condizioni. Nasce per togliere gli errori che fanno sobbalzare sul divano, quelli più macroscopici e insopportabili. Resta il fatto che anche noi potremmo essere più aperti per aumentare la conoscenza di questi temi. Dobbiamo però ricordare che la Var non è la moviola. In tanti casi si invocano revisioni di episodi ma noi entriamo causa in determinati casi. Poi il collega che arbitra sa che può chiedere conforto quando crede».

A questo proposito, parentesi: un breve sondaggio tra i fischietti parmigiani che aspettavano Mazzoleni nella sala dell’Aia ha prodotto la seguente teoria, anche se dietro la garanzia dell’anonimato: Di Bello avrebbe peccato di presunzione, evitando di coinvolgere un Var prestigioso come Banti, altro Pro al pari di Mazzoleni, e preferendo decidere in autonomia sui casi risultati più discussi.Torniamo a Mazzoleni.

Appena appeso il fischietto ha pubblicato un libro «La mia regola 18: storia di un arbitro, di un padre, di un uomo felice». Una narrazione di gioie e dolori, molto accorata.

«Per me la pubblicazione di questo libro è stato un sogno realizzato. Alla fine di una carriera che mi ha permesso di realizzarne tanti altri. Negli anni ho tenuto un diario e ho voluto raccontare anche della mia lotta con un tumore che mi fu diagnosticato sei anni fa ma che ora per fortuna ho debellato. Fu mia moglie allora a spingermi a lottare e a non mollare l’arbitraggio. Siamo stati ricompensati con la nascita, tanto desiderata ma lì per lì inattesa, di mio figli Riccardo, che oggi ha 5 anni. E’ stato il suo arrivo a spingermi a raccontare la mia favola».

Ai giovani ragazzi che muovono i primi passi da arbitro che cosa si sente di dire?

«Nel 2020 questi giovani non possiamo prenderli in giro. Nessuna sezione può pensare di attrarli parlando di rimborsi spese, che spesso ci sono un po’ sì e un po’ no, o di benefit. Arbitri che girano magari tutta la provincia e prendono i compensi di un pony-pizza. No, fare l’arbitro, dobbiamo dire loro, è un modo straordinario di mettersi alla prova. E’ stata anche la mia storia: ho sfidato me stesso per capire chi ero. E trent’anni da arbitro, con 15 in serie A, mi hanno reso l’uomo che sono facendomi, vivere emozioni forti».

 

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PAOLO GROSSI Paolo Mazzoleni, 46 anni a giugno, è stato arbitro internazionale sino alla scorsa stagione. Ha chiuso una carriera con 210 gare dirette in A e varie altre nelle Coppe Europee in Roma-Parma, ultima di campionato con l’addio...

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