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Monticelli

Strage dei gatti, operaio 46enne condannato a un anno

di Roberto Longoni -

14 febbraio 2020, 05:08

Strage dei gatti, operaio 46enne condannato a un anno

MONTICELLI Solo una volta si trovò qualcosa. Un sacchetto abbandonato lungo strada Argini conteneva pelo, carne decomposta e ossa. I resti di un povero micio. Domestico di certo, come testimoniava il collarino con il campanello; di certo un animale rapito: mai e poi mai un proprietario potrebbe gettare così chi gli ha offerto quattro zampe in più per cercare una strada nei giorni. In quel sacchetto c'erano i resti di un gatto, ma anche l'anonimo dolore di una famiglia alla quale era stata rubata una parte di sé. Chi non sa sintonizzarsi con la vibrazione delle fusa, chi non sa tuffarsi nello sguardo senza fondo di un felino non può capire.

Di quel micio si vide la fine dopo la fine. Di un altro, invece, si scorse l'inizio della fine: sono immagini immortalate da una telecamera di sicurezza nel pomeriggio del 15 giugno 2013. Riprendono un uomo con occhiali da sole avvicinarsi a un cancello a Traversetolo e allungare una mano (forse con qualcosa, forse del cibo) verso una gatta, per attirarla. Poco dopo, nel video un'auto si allontana: l'uomo e il felino non ci sono più. La micia si chiamava Lilli, era bianca e grigia (ma quelli più nel mirino erano neri o soriani), e per 17 anni aveva condiviso l'esistenza di una ragazza e della sua famiglia: usciva di casa, ma puntuale faceva sempre ritorno. Dopo quel pomeriggio, nessuno la rivide più.

L'auto, invece, era una Opel Corsa nera. I carabinieri di Monticelli risalirono anche al proprietario, un operaio allora 40enne. Da mesi, se non da anni, la gente di entrambe le rive dell'Enza denunciava la scomparsa di decine di gatti (l'Enpa calcola che siano almeno un centinaio i felini spariti in circostanze misteriose in quel periodo), e su quell'uomo si concentravano chiacchiere e sospetti. Quel giorno, i carabinieri di Monticelli ebbero in mano qualcosa di più su cui lavorare.

Ieri, l'operaio, oggi 46enne, è stato condannato. Il pm Marirosa Parlangeli a suo carico ha chiesto una pena di un anno e 4 mesi, oltre a una multa di 400 euro. Il giudice Annalisa Dini ha stabilito un anno di reclusione e 200 euro di multa, con la sospensione condizionale legata al pagamento della provvisionale di duemila euro alla proprietaria della gatta che si è costituita parte civile. A rappresentarla, l'avvocato Daniele Carra, che aveva chiesto 2.500 euro di risarcimento, sottolineando anche l'impossibilità di tradurre in denaro una ferita di questo tipo. Anche l'Enpa si era costituita parte civile, ma non le è stato riconosciuto il danno.

Ieri avrebbe dovuto deporre il padre dell'imputato che aveva dichiarato di essere stato con il figlio quel pomeriggio. Ma l'uomo ha deciso di non presentarsi. Nel corso della perquisizione in casa dell'indagato, i carabinieri trovarono una gabbia per gatti (sembra però che la famiglia non ne abbia mai posseduti) e un'infinità di cartoni animati de l'Uomo Tigre. Inoltre, furono rinvenuti testi di una setta africana che ha un rapporto con i felini difficile da decifrare. La sentenza stabilisce un primo punto fisso in questa vicenda dolorosa e intricata (anche se è facile che, andando al secondo grado, venga tutto inghiottito dalla prescrizione). Ma restano comunque innumerevoli zone d'ombra. Che fine hanno fatto tutti i gatti scomparsi? E quante persone davvero sono implicate nelle sparizioni? C'è chi parla di felini messi in pentola o trasformati in pellicce, chi parla di riti satanici. Comunque sia, qualcosa di bestiale. E la bestia è l'uomo, s'intende.