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Intervista

Leo Gullotta: «Quando Camilleri mi chiamava Gullottino»

18 febbraio 2020, 05:01

Leo Gullotta: «Quando Camilleri mi chiamava Gullottino»

MARA PEDRABISSI

Una frase che è una pietra d'inciampo: «Avrei preferenza di no». Con quattro semplici parole, ripetute con la calma dei forti, Bartleby, lo scrivano, compie la sua rivoluzione. Lo spettacolo «Bartleby lo scrivano» di Francesco Niccolini è ispirato all’omonimo romanzo breve di Herman Melville, il papà di «Moby Dick». Diretto da Emanuele Gamba, con Leo Gullotta nel ruolo del misterioso e minuto protagonista, dopo la bella accoglienza all'anteprima estiva al Festival di Napoli, è ora in tournée e arriverà domani al Teatro Magnani di Fidenza.

Leo Gullotta, «Bartleby lo scrivano» è uno spettacolo che incuriosisce per la sua singolarità...

«Incuriosisce così come incuriosisce il racconto di Melville, del 1853, che sorprende per la straordinaria modernità. E' uno dei motivi per cui sarà in tournée anche nella prossima stagione, è molto richiesto».

Siamo a Wall Street, nello studio di un avvocato. L' ufficio è popolato di una varia umanità, come tutti gli uffici. Ma c'è un personaggio, Bartleby, diverso da tutti...

«Wall Street rimanda al mondo della finanza, alla corsa all'affermazione. Bartleby arriva per fare lo scrivano ma compie una scelta diversa e si schiera contro l'utilitarismo, l'ossessione della produttività, la scalata sociale. Non lo dice, ma lo fa capire con quella frase che pronuncia per tutto il tempo: “Avrei preferenza di no”. La silenziosa ribellione di un uomo».

Da attore, come si trova a restituire un uomo introverso che si esprime attraverso quell'unica frase...

«In 74 anni di vita e 54 di carriera in effetti è la prima volta che mi capita un personaggio così. E' stata una sfida, per il ragazzino curioso che sono e che sono stato. Bartleby è devastante con la sua semplicità: da solo distrugge un ufficio. Al contempo lancia un messaggio alla platea: voi siete stati capace di fare delle scelte vere nella vostra vita?»

E che cosa le arriva dall'altra parte, dal pubblico...

«La riduzione teatrale è eccellente e comunica bene l'ossessione frenetica al successo. Il pubblico inizialmente nel vedere Bartleby si domanda: “Ma questo ci è o ci fa?”, poi si affeziona, gli sta vicino, poco a poco sale quasi sul palco. E alla fine è con lui, si commuove».

Più di cinquant'anni di carriera, diceva. Come attore di cinema ha vinto sette premi tra David e Nastri d'argento. Ma ha iniziato con teatro, con grandi maestri...

«Assolutamente, sono stato fortunato, innanzitutto per il sostegno ricevuto dalla mia famiglia. Papà era un operaio che ha mandato tutti i sei figli a scuola. Ero un giovinetto negli anni Cinquanta, in un quartiere povero di un' Italia che non aveva nulla se non il sorriso e la voglia di ricostruire. Venivo chiamato “Gullottino” da personaggi enormi, Glauco Mauri, Andrea Camilleri, Leonardo Sciascia, Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia. Persone che mi hanno aiutato a capire non solo la mia professione ma la vita stessa. A saper guardare la realtà e chi ci sta attorno» .

Oggi si guarda poco l'altro. Più facilmente lo si “spia”, magari nella speranza che faccia un passo falso...

«Ognuno oggi si mette su un piedistallo; pubblica le proprie foto e non è interessato al dialogo. E' per questo che non vado sui social, non mi piace la cattiveria gratuita, tanto per sfogarsi. Mi piace discutere, anche da punti di vista diversi, ma non dire: “è così è basta”. Poi nascono i “No vax” e simili».

Ha dichiarato la sua omosessualità moltissimi anni fa, una parentesi in una vita privata vissuta con grande riservatezza. Il suo gesto ha contribuito a modificare un clima?

«Certamente a qualcosa è servito: diverso da chi? Diverso da cosa? Molti passi sono stati fatti. Ma esistono ancora famiglie che si vergognano dell'omosessualità dei figli, che invece cercano solo l'amore e la comprensione di chi li ha messi al mondo. Genitori che poi non si vergognano di avere per vicino di casa il truffatore o il mafiosetto, anzi, quando vedono questo tipo di persone, le salutano, ossequiosi. E' una società ipocrita, soprattutto quella italiana: Pirandello è perfetto».

Ce la possiamo fare a cambiare?

«Desidererei tanto che le persone acquistassero un po' di serenità, anche se attorno abbiamo un clima pesante. Che le persone conservassero il gusto di uscire e, come il teatro millenariamente insegna a fare, con un sorriso o una lacrima puntare il dito dicendo: il re è nudo. Aiuta a riprendersi la vita».

 

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MARA PEDRABISSI Una frase che è una pietra d'inciampo: «Avrei preferenza di no». Con quattro semplici parole, ripetute con la calma dei forti, Bartleby, lo scrivano, compie la sua rivoluzione. Lo spettacolo «Bartleby lo scrivano» di Francesco...

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