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Il caso

Perse 208mila euro con una «polizza», risarcito

18 febbraio 2020, 05:08

Perse 208mila euro con una «polizza», risarcito

ROBERTO LONGONI

Lehman Brothers. Da una dozzina d'anni il nome evoca yuppi costretti al trasloco a braccia dal grattacielo-fabbrica che fino a poco prima aveva fatto soldi con i soldi. Solo il contenuto dei cartoni di quella gente in giacca e cravatta scampò al crac, tutto il resto no: una miriade di investitori rimase sotto le macerie della madre di tutti i crolli, in ogni angolo del pianeta. Tra loro anche chi aveva sottoscritto un'assicurazione la cui garanzia era fornita proprio da Lehman Brothers. Come se ce ne fosse stato bisogno: un'assicurazione, per definizione dovrebbe essere ciò che ti protegge dai rischi e non qualcosa da proteggere.

Comunque, così andò. E un risparmiatore parmigiano non più giovanissimo, desideroso di costruire un solido rifugio attorno al proprio salvadanaio, ottenne il contrario del proprio obiettivo. Aveva investito 208.921 euro, e si ritrovò in pugno un mucchio di carta straccia. Erano stati i funzionari di una filiale parmigiana di una banca a convincerlo nel dicembre 2001 a sottoscrivere una polizza per 56 milioni (erano ancora i tempi della lira), tradotti poi in 28.921 euro. La polizza era unit linked, cioè un prodotto finanziario «truccato» da assicurazione sulla vita. Non fu che l'inizio della disavventura. Solo tre anni dopo, nel maggio del 2003, il cliente - sempre su proposta e con l'intermediazione dell'istituto di credito - acquistò per 150mila euro un'altra polizza vita, questa volta index linked, a sua volta ben farcita di azioni e obbligazioni. A fornire la garanzia anche di quest'ultima era sempre Lehman Brothers.

Perso il capitale, l'investitore non perse le speranze e, nel dicembre del 2009, si rivolse all'avvocato Giovanni Franchi. La causa civile si concluse nel 2016: il giudice Renato Mari sentenziò che lo pseudo contratto assicurativo andava dichiarato nullo per difetto di forma, condannando l'impresa assicuratrice alla restituzione al risparmiatore di 208.921 euro: alla cifra andavano aggiunti gli interessi e detratte le cedole riscosse. A versare la somma, alla fine, avrebbe dovuto essere la banca che aveva tanto caldeggiato il «sicuro investimento».

Non finì lì. Contro la sentenza venne presentato ricorso da parte dell'istituto di credito. Con il solo risultato di vedere confermata in appello la sentenza di primo grado e di dover sommare a quei 208mila euro e passa anche le spese processuali e legali della controparte. I giudici bolognesi hanno concordato con il collega parmigiano, definendo il contratto nullo per difetto di forma. «Il fatto che una polizza vita si sostanzi in un investimento garantito da bond come per il Tribunale di Parma anche per la Corte d’appello - sottolinea Franchi, presidente di Konsumer Emilia-Romagna e all'ennesima causa in materia di polizze index linked - comporta la ricorrenza non di un contratto assicurativo, più in particolare di un’assicurazione sulla vita, ma di una vera e propria operazione finanziaria, analoga agli investimenti in azioni o obbligazioni. Di qui per la Corte la necessità di applicare le norme del Testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziari, primo fra tutti l’articolo 23 che impone la stipulazione per iscritto del contratto generale d’investimento, in mancanza del quale lo stesso e l’operazione devono essere dichiarati nulli. E il contratto, nei casi di polizze pseudo assicurative, non c’è mai. Il che vale per i contratti stipulati prima dell’entrata in vigore del decreto legislativo 303 del 2006, che ha introdotto nel Tuf l’articolo 25 bis che estende le norme del Tuf anche ai prodotti finanziari emessi da imprese assicuratrici».

 

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