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FINANZA

Maxi frode fiscale a Brescia, indagato anche un libero professionista parmigiano

19 febbraio 2020, 05:08

Maxi frode fiscale a Brescia, indagato anche un libero professionista parmigiano

Una «fabbrica» per l'evasione. Fiscale, si intende. E con numeri da capogiro grazie a un sistema oliatissimo per produrre false fatture a raffica. Uno studio commercialista in pieno centro a Brescia, che si avvaleva della collaborazione di alcuni avvocati, consulenti e faccendieri, aveva messo in piedi il sistema. L'operazione della Finanza, guidata da Salvatore Russo, ex comandante delle Fiamme gialle parmigiane, con il supporto dello Scico e coordinata dalla procura di Brescia, ha portato all'arresto di 20 persone, di cui 15 in carcere e 5 ai domiciliari. Due indagati sono all’estero e non sono ancora stati raggiunti dall'ordinanza di custodia cautelare. Un'associazione a delinquere, aggravata dalla transnazionalità, finalizzata alla frode fiscale e al riciclaggio: questi i reati contestati a vario titolo. Ma la lista degli indagati è lunga: 85, tra cui anche un libero professionista 62enne residente a Parma. Ritenuto l'amministratore di fatto di una delle società bresciane coinvolte nella maxi operazioni, è accusato di false fatturazioni.

Un'organizzazione così ben articolata - e con entrature di alto livello - che tra gli indagati spunta anche il nome di monsignor Francesco Cuccarese, 90enne di Matera ed ex arcivescovo di Caserta e di Pescara-Penne: l'ecclesiastico è accusato di tentato riciclaggio per aver provato a favorire l’apertura di un conto allo Ior.

Circa mezzo miliardo di euro di false operazioni (tra fatture per operazioni inesistenti e crediti fiscali fittizi) hanno consentito al gruppo di guadagnare 80 milioni di euro finiti sotto sequestro. Ma durante le indagini la Finanza è riuscita a recuperare anche 2,1 milioni di euro in contanti.

L’organizzazione produceva servizi tributari illeciti, attraverso centinaia di società di comodo (sia nazionali che estere) e utilizzando prestanomi. Lo scopo principale, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, era la produzione di crediti fittizi (da utilizzare indebitamente in compensazione), nonché di fatture per operazioni inesistenti. Poi, i professionisti individuavano i soggetti a cui piazzare i prodotti soprattutto tra gli imprenditori loro clienti desiderosi di abbattere le imposte. E chi avesse avuto intenzione di aprire bocca con la Finanza, veniva minacciato.

Ma il denaro andava anche ripulito. È così che il gruppo si avvaleva di una squadra di «cash courier» specializzati nel trasporto, in auto, di denaro contante in vari Paesi europei, soprattutto Slovenia, Croazia e Ungheria. r.c.

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