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Intervista

Ezio Bosso: «Riesco sempre a stupirmi delle cose belle»

20 febbraio 2020, 05:03

Ezio Bosso: «Riesco sempre a stupirmi delle cose belle»

MARA PEDRABISSI

«La musica può distrarti dal dolore fisico e dal dolore dello spirito, di una perdita», dice Ezio Bosso che conosce sia la musica sia il dolore; li doma e dà loro del «tu», con la forza della disciplina e l'ironia dell'intelligenza. Domenica diventerà cittadino onorario di Busseto, con una cerimonia, bella e festosa, al Teatro Verdi (ore 18).

Maestro, una bella sorpresa...
«Molto bella. E' un gesto talmente nobile e comprensivo... mi stupisco sempre. Sono timido, riesco a stupirmi sempre. E' un mio vantaggio».

Un'esperienza bella che arriva sulla scia di un'altra, bella, avventura di un anno fa, quando al Teatro Verdi lei registrò «Che storia è la musica» per Rai3. E' germogliata una corrispondenza di amorosi sensi...
«Il filo con quelle terre è profondo e storico. Quelle terre per un musicista hanno un'importanza particolare e fondamentale. I luoghi di Verdi per un musicista sono sacri, essendo il Maestro un rivoluzionario riguardo la condizione sia della musica sia dei musicisti. Anche la nostra trasmissione è stata una rivoluzione a livello europeo, portare la musica classica in prima serata. Una rivoluzione sposata dal comune di Busseto, dal sindaco Contini... così andammo a registrare in quel gioiello che è il Teatro Verdi».

In quei giorni, lei volle visitare i luoghi verdiani, la casa natale...
«E' nella mia filosofia di vita e di voglia di vita. Per me e per la mia orchestra è fondamentale il contatto con il territorio che ci ospita, è un arricchimento. Ero già stato lì nel 2001; si è trattato di ripercorrere la magia di quei luoghi con una guida speciale come Vittorio Testa, un altro uomo illuminato dalla musica; insieme sogniamo di musica».

Domenica, prima di ricevere la cittadinanza onoraria, sul palcoscenico del teatro dialogherà non a caso con Vittorio Testa...
«Sono quelle situazioni che mi imbarazzano, lo faccio solo perché c'è Vittorio; non ho quell'egocentrismo che forse dovrei avere, personalmente temo sempre di risultare noioso...».

Capiamo la timidezza, ma noioso no. E poi c'è un feeling, sarà una chiacchierata gradevole, in amicizia...
«Quello sì, sarà il dialogo tra due persone legate dalla stima che nasce dal riconoscere l'uno nell'altro un lavoro duro, di disciplina. Vittorio vede in me il direttore, io vedo in lui il giornalista di lungo corso. Dalla stima partono le amicizie più profonde, più durature. Poi spero che ci sarà del culatello, dunque una festa verdiana e toscaniniana perché questi grandi non disdegnavano lo stare bene insieme nella convivialità oltre alla musica».

Il sindaco Contini, qualche giorno fa, ci ha detto «quello che sta facendo il maestro Bosso è quanto di più vicino possiamo immaginare all'eredità verdiana».
«Mi sento figlio di Beethoven, di Verdi. La lotta a quell'accesso prometeico al fuoco esiste da quando esiste la musica. Non faccio nulla di diverso da quello che fecero Verdi, Beethoven o Toscanini anche con le sue serie radiofoniche portando nelle case “quella” musica. Parlo di “quella” musica che è una necessità della nostra parte più alta che possiamo chiamare anima».

Si considera un divulgatore?
«Non sono un divulgatore, sono un direttore d'orchestra. Una delle chiavi della direzione d'orchestra è l'accesso alla conoscenza per gli altri. Pensiamo a Karajan o Abbado o Kleiber - e badi non sto facendo paragoni - divulgavano senza bisogno di essere divulgatori. Il ruolo di un interprete è quello di dare accesso alla propria instancabile ricerca. Quando si studia per otto, dieci ore al giorno, anche testi e lettere, si arriva a una consapevolezza che si vuole condividere. Allora sono un condivisore. Aprire tutte le prove con la mia Europa Philharmonic Orchestra è una cosa che faccio nell'ottica della condivisione».

Avete una sede?
«No, siamo nomadi. E' una delle contraddizioni: il maestro Bosso ha tanti riconoscimenti ma nella pratica poco aiuto. Anzi, la mia popolarità fa alzare dei muri. Tutto quello che riesco a fare è sulle mie spalle, dei miei musicisti e delle persone che lavorano con me, Alessia Cappelletti e Annamaria Gallizio».

Poco più di un anno fa, ha detto che non avrebbe più suonato il pianoforte in pubblico, non potendo garantire l'esecuzione perfetta, a causa della malattia.
«In realtà erano già sei anni che non mi esibivo da solo in concerto al pianoforte. Il mio mestiere è quello di direttore; però suono il pianoforte, per me. Fa parte di un rapporto intimo con la musica. In questi giorni vedo cantanti pop che distruggono Beethoven. La musica è sacra; il rispetto di un interprete per il pubblico è portargli l'eccellenza, il sacrificio, nel senso di qualcosa di sacro. Dal sacro nascono i miracoli».

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