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IL CASO

Patrigno accusato di stupro e sequestro, assolto dopo 7 anni

20 febbraio 2020, 05:06

Patrigno accusato di stupro e sequestro, assolto dopo 7 anni

«Assolto». Pochi istanti: il tempo di leggere le parole scarne del dispositivo della sentenza, dopo quasi sette anni d'attesa. E lui - 57 anni, residente in un paese dell'Appennino - non ha lacrime né sorrisi. Solo uno sguardo di gratitudine ai suoi avvocati. È la sentenza di primo grado, ma anche se la storia potrebbe cambiare di nuovo con un processo d'appello, almeno per ora si è scrollato di dosso un macigno: violenza sessuale e sequestro di persona nei confronti della figlia sedicenne della compagna.

Un'assoluzione senza alcuna ombra, «perché il fatto non sussiste»: così ha deciso il collegio presieduto da Gennaro Mastroberardino. Eppure il pm Fabrizio Pensa era ed è tuttora convinto della sua colpevolezza, tanto da aver chiesto la condanna a 6 anni. «Era stato arrestato, e sono stati necessari sette anni prima di arrivare a questa sentenza, ma il processo ha dimostrato che si trattava di accuse assolutamente infondate», sottolineano i difensori Vittorio Anelli e Paolo Moretti.

È un lungo salto indietro nel tempo. Lungo e doloroso. L'uomo finisce dietro le sbarre ai primi di agosto del 2013. Rimane in cella per pochi giorni, fino all'interrogatorio di garanzia, quando il gip gli concede gli arresti domiciliari. E chiuso tra quelle quattro mura resta per circa tre mesi. Ma dietro a quell'arresto c'è una storia - secondo l'accusa - di un infinito squallore. Una trama drammatica dentro i confini familiari: lui, il patrigno; lei, la figlia della convivente.

Dieci mesi di abusi, dal settembre del 2012 al luglio dell'anno dopo. È questa l'impressionante sequenza che finisce negli atti del processo. L'uomo, operaio, per il suo lavoro, doveva spesso fare turni al mattino e alla sera. La compagna, invece, doveva uscir di casa quasi ogni pomeriggio, dopo pranzo. Questo avrebbe consentito all'uomo di esercitare due forme di sopruso sulla studentessa. La prendeva con la violenza e con le minacce la costringeva al silenzio. Lei per un po' si era sentita in trappola, prigioniera di questa situazione. Aveva provato a ribellarsi, a reagire, ma niente aveva potuto contro la forza dell'altro.

È il quadro disegnato dall'accusa, in base alla ricostruzione della ragazza. Così come è stata lei a parlare del patrigno come un aguzzino che la rinchiudeva in casa, liberandola solo per andare a scuola, accompagnata da lui, che poi si incaricava anche di andarla a prendere. Una volta lei avrebbe anche provato a fuggire da una finestra. Ma il patrigno, sempre secondo l'accusa, l'avrebbe rincorsa con un coltello, costringendola a tornare in casa e ad arrendersi agli abusi. E di tutto questo la ragazza non avrebbe fatto parola con nessuno, nemmeno con la madre. Per mesi, avrebbe tenuto tutto dentro di sé, in una solitudine che aggiungeva dolore al dolore.

La svolta? Quando la ragazza decide di scappare a Parma. Qui racconta tutto a uno zio, che poi l'accompagna nella caserma dei carabinieri di via delle Fonderie per fare denuncia. E subito dopo la ragazza viene accompagnata in ospedale per le visite.

Dalla denuncia alla richiesta di custodia cautelare per l'uomo il passo è immediato. E il gip firma la richiesta del pm. Ma poi le indagini difensive e alcune testimonianze in aula cominciano a far vacillare il quadro accusatorio. La bidella della scuola, per esempio, dice di non aver mai visto il patrigno accompagnare o venire a prendere la studentessa. Un negoziante, poi, sostiene di aver notato la ragazza passare nelle ore in cui invece avrebbe dovuto essere segregata in casa.

Incrinature. Dubbi. Tanto da minare il racconto della ragazza. In attesa delle motivazioni.

G. Az.

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«Assolto». Pochi istanti: il tempo di leggere le parole scarne del dispositivo della sentenza, dopo quasi sette anni d'attesa. E lui - 57 anni, residente in un paese dell'Appennino - non ha lacrime né sorrisi. Solo uno sguardo di gratitudine...

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