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APPELLO

Stupro di via Testi, mentirono per coprire gli amici: condanne confermate

21 febbraio 2020, 05:07

Stupro di via Testi, mentirono per coprire gli amici: condanne confermate

GEORGIA AZZALI

Quel giorno doveva essere dimenticato. E anche i ricordi di chi conosceva la verità dovevano sparire o diventare sempre più confusi. Un «patto» che non si è rotto nemmeno al processo per violenza sessuale, quando Sara (la chiameremo così), la ragazza della notte nell'allora sede del collettivo antifascista, aveva sentito solo parole stentate, balbettii, «non ricordo». Cinque ragazzi che da testimoni erano finiti sul banco degli imputati per aver dichiarato il falso: condannati in primo grado (con rito abbreviato) a 1 anno e 8 mesi nel febbraio del 2019, in appello non hanno avuto sconti. Pena confermata e niente attenuanti generiche, come richiesto dai difensori, considerando anche che nel processo di secondo grado ai tre giovani accusati di stupro sono state concesse. Restano, comunque, i benefici della sospensione della pena e per quattro dei cinque ragazzi anche la non menzione sul certificato penale.

Un altro strascico di quella storia di violenza e dolore. Sotto la legge del silenzio. Perché questo processo nasce da quello principale, che ha portato alla condanna in appello dei tre ragazzi accusati di violenza sessuale: 3 anni e 1 mese per i parmigiani Francesco Concari e Francesco Cavalca e 2 anni e 8 mesi per Valerio Pucci, romano. L'udienza in Cassazione non è ancora stata fissata, anche se sarà certamente programmata nei prossimi mesi.

Ma proprio durante il dibattimento per lo stupro, nel 2016, i cinque ragazzi condannati anche in appello avrebbero cercato di depistare. Benché incalzati più volte sia dal pubblico ministero che dal presidente del collegio, avevano abbozzato risposte quanto meno evasive. Silenzi e menzogne, tanto che poi i giudici avevano trasmesso gli atti in procura. Che era andata avanti, fino alle condanne per falsa testimonianza.

Parole strampalate anche sul video delle brutalità di quella notte, con Sara distesa su un tavolo del collettivo. «Non saprei», «non ne abbiamo parlato», avevano detto davanti ai giudici quando le domande si erano incentrate sul filmato. Le immagini della violenza, registrate con il telefonino da uno degli imputati, che avevano cominciato a circolare solo nel 2015, cinque anni dopo lo stupro, e poi avevano fatto partire le indagini dei carabinieri. Lei che si sarebbe fidata a rimanere in compagnia di quegli amici, poi diventati i suoi aguzzini. Per poi risvegliarsi la mattina successiva sola, nuda e dolorante. Un orrore mai venuto allo scoperto. Finché qualcuno aveva fornito l'imbeccata giusta ai carabinieri su quel filmato. Girato quella sera di settembre del 2010, festa della Barricate. Sara, mantovana, 18 anni compiuti da poco, era venuta a Parma con un'amica in treno, poi era stato Concari a darle un passaggio in auto e sempre lui le avrebbe proposto di passare dalla sede della Raf (Rete antifascista), in via Testi.

Lì, dove tutto è successo e dove è restato «confinato» per anni. Mentre Sara è rimasta prigioniera delle sue paure, finché il filmato ha risvegliato il suo dolore. Ma lo sguardo su quell'abisso le ha dato anche il coraggio di cominciare a lottare.

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