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Coronavirus

Dalla telefonata alla diagnosi: la task force per fronteggiare il virus

22 febbraio 2020, 05:05

Dalla telefonata alla diagnosi: la task force per fronteggiare il virus

MONICA TIEZZI

Come deve comportarsi chi accusa sintomi influenzali o respiratori e ha il sospetto di essere venuto a contatto con persone potenzialmente portatrici del virus Covid-19 (co per coronavirus, vi per virus, d per disease, ossia malattia, 19 per l'anno di identificazione)?

«Deve restare a casa, non andare in ospedale nè al pronto soccorso» chiarisce una volta per tutte Elena Saccenti, direttrice dell'Ausl di Parma, le cui strutture sono in allerta, al pari di quelle dell'ospedale Maggiore, e hanno costituito un'unità di crisi interaziendale.

La prima cosa da fare, aggiunge la dirigente Ausl, è prendere il telefono «e chiamare il proprio medico di base, o la guardia medica, o il 118. Gli operatori, nel corso di incontri svolti nei giorni scorsi a Parma e Fidenza, sono stati istruiti sul protocollo da seguire. Una serie di domande per valutare la situazione sanitaria del paziente e attivare, o meno, il percorso dedicato».

Al dipartimento di Igiene pubblica Ausl (dove gli operatori sono mobilitati in forze, sulle 24 ore, anche nel fine settimana) è stato attivato un numero di cellulare per i medici di base che possono chiedere informazioni o esporre dubbi. Da quando è scattata l'allerta in Lombardia le telefonate sono state alcune centinaia, spiega Silvia Paglioli, del dipartimento di Igiene pubblica dell'Ausl. «Stiamo valutando se attivare anche un numero dedicato ai cittadini», aggiunge.

La maggior parte dei cittadini che hanno chiamato i medici di famiglia o il 118 sono persone, spiegano all'Ausl, che hanno viaggiato in aree internazionali a rischio o che frequentano abitualmente i comuni di Lombardia e Veneto sottoposti ad isolamento e quarantena volontaria.

Se si decide che è il caso di intervenire, continua Saccenti, si va a casa del paziente con tutti i dispositivi di protezione del caso e lo si sottopone a tampone faringeo, raccomandando una quarantena volontaria.

I tamponi da esaminare vengono inviati al laboratorio di igiene e sanità pubblica dell'Università di Parma, in via Volturno, struttura di riferimento regionale (assieme al laboratorio del Sant'Orsola di Bologna) per la sorveglianza virologica dell'influenza epidemica e di altri virus influenzali.

Quanto occorre per avere la risposta sulla presenza o meno del Covid-19? «Dalle sei alle otto ore - risponde Silvia Paglioli - Eccetto rari casi, quando cioè ci sia il dubbio che l'esecuzione del tampone non sia stata ottimale, non è necessario ripetere il test».

Al momento, chiariscono all'Ausl, i laboratori non stanno fronteggiando un surplus di richieste di ricerca di coronavirus poiché a Parma e provincia non si sono registrati nelle ultime ore casi sospetti. Ciò nonostante le strutture sono allertate e pronte ad ampliare l'accettazione dei tamponi da esaminare.

Se il tampone dovesse rivelarsi positivo al Covid-19, viene valutato se le condizioni cliniche del paziente consentono le cure domiciliari.

«Quest'ultima ipotesi è da considerare solo se l'abitazione consente un isolamento sicuro del paziente: ad esempio un bagno ad uso esclusivo, la possibilità di evitare il contatto con i familiari, la somministrazione e la consumazione dei pasti in aree isolate della casa», spiega Saccenti. Altrimenti scatta il ricovero ospedaliero.